I genitori di Patrick Zaki, Ezzat Zaki e Nadia Girgis, sono entrambi cristiani copti e vivono in Egitto. Sono stati una presenza costante nella vita di Patrick, supportandolo durante i suoi studi e la sua detenzione. Ezzat Zaki è un ingegnere in pensione, mentre Nadia Girgis è una casalinga. Patrick ha una sorella maggiore, Marise Zaki, che vive in Italia. Marise è stata una voce importante nella campagna per la liberazione di suo fratello, e ha lavorato instancabilmente per sensibilizzare l’opinione pubblica sul suo caso.
Patrick Zaki, il dolore dei genitori e la loro sofferenza
Un interrogatorio interminabile, «di 30 ore» dicono i genitori, che ha subìto bendato, ammanettato tutto il tempo, con minacce, colpi a stomaco, schiena e scosse elettriche. Torture che l’hanno «psicologicamente distrutto». A quattro giorni dall’arresto al Cairo di Patrick George Zaky, lo studente egiziano che a Bologna segue un master europeo sugli studi di genere, emergono i dettagli della detenzione dell’attivista. In un’intervista a Repubblica la famiglia ha riferito che Patrick è stato torturato perché volevano conoscere «i suoi legami con l’Italia e con la famiglia di Giulio Regeni. Ma lui non sa nulla di tutto questo».

I genitori di Patrick Zaki, spiegando di non aver mai visto il figlio in questo stato d’animo “in nessun’altra visita”, hanno aggiunto: “Queste parole ci hanno lasciato in lacrime, dato che siamo incapaci di aiutare nostro figlio in questa situazione straziante. Inoltre, ci ha sconvolto sapere che è diventato talmente depresso da dirci che raramente esce dalla sua cella durante il giorno”. Secondo i familiari, Patrick Zaki gli ha confidato: “Non riesco a capire perché mi tengano qui dentro e non voglio affrontare questa realtà: posso andare a camminare su e giù solo per pochi metri, per poi essere rinchiuso di nuovo in una cella ancora più piccola”. “Nostro figlio è innocente” hanno aggiunto i genitori di Patrick.
La mamma e il papà dello studente, che prima dell’arresto frequentava il primo anno di un master all’Università di Bologna hanno aggiunto: “Patrick è un brillante ricercatore, dovrebbe essere valorizzato, non rinchiuso in una cella. Dieci mesi fa, Patrick stava lavorando al suo master e pensava di terminarlo per poi proseguire con il dottorato di ricerca. Ora come ora, il suo futuro è completamente incerto. Non sappiamo quando sarà in grado di continuare gli studi, di lavorare e persino di tornare alla sua vita sociale, un tempo ricca”.
Quindi l’appello: “Chiediamo a ogni persona responsabile e a chi prende le decisioni di rilasciare immediatamente Patrick. Restituiteci nostro figlio, ridateci le nostre vite”.





