Era improbabile non avere, dopo un gran bel film (e un grande successo) come Superman, un discreto hype per Supergirl. Secondo lungometraggio ufficiale del nuovo DCU di James Gunn, il film sulla cugina di Superman, diretto da Craig Gillespie e prodotto da Gunn stesso, arriva in sala non solo con tanta attesa dietro, ma anche con un ostacolo enorme da sorpassare: Superman stesso. Viene difficile valutare il secondo lungometraggio del DC Universe senza guardare al cugino maggiore uscito lo scorso anno, collegando i fili della narrazione estesa nel tentativo di trovare una quadra in un universo giovanissimo ma con una potenzialità enorme. Ed è forse questo uno dei maggiori difetti di Supergirl, il suo doversi necessariamente poggiare, di tanto in tanto, sulle grandi spalle del personaggio di David Corenswet, senza mai trovare una vera autonomia narrativa e drammaturgica alla Kara Zor-El di Milly Alcock. E, per quanto Supergirl abbia dei momenti veramente tanto interessanti ed efficaci, la sensazione è che non si sia rischiato nulla, nel senso più buono del termine.

È un quadro narrativo che fila liscio quello di Supergirl, su una strada senza ostacoli importanti e deviazioni improvvise. E, a ben vedere, la componente drammatica e drammaturgica di Supergirl è quella che funziona di più. Insieme a Milly Alcock. Il film di Gillespie è una grande battuta di arresto per il DCU, o almeno lo è in proporzione al suo inizio con il botto. Supergirl non è un film brutto in tutto e per tutto, e non è nemmeno un film da buttare, sotterrare e distruggere. È, però, un film dimenticabile e piuttosto mediocre. Milly Alcock lo tiene a galla, Gillespie lo affonda e Superman gli da il colpo finale con la sua presenza costante. Non un film da bocciare in toto (alcuni momenti sono interessanti ed emozionanti) ma di certo passabile e che non rimarrà in testa per i prossimi mesi. Un peccato, perché Kara è un personaggio gigantesco e Alcock una grandissima attrice. Ma era veramente necessario sprecare una storia come quella di Woman of Tomorrow solo per giustificare la presenza di Supergirl nel prossimo Superman? Per noi decisamente no.

Supergirl: cosa funziona

Kara Zor-El è una giovane ventitreenne kryptoniana che vive alla giornata con il suo piccolo e distruttivo cane Krypto. Il giorno del suo ventitreesimo compleanno, Kara incontra la piccola Ruthye, una giovane ragazza di un lontano pianeta conun unico obiettivo in testa: vendicarsi del mercenario Krem, che ha massacrato a sangue freddo tutta la sua famiglia. Quando Krypto viene ferito mortalmente da Krem con un veleno il cui unico antidoto è al collo del criminale spaziale, Kara e Ruthye iniziano un viaggio interpsaziale alla ricerca di vendetta e di una cura. In una sorta di Road Movie spaziale, Supergirl racconta due diverse necessità: una di vendetta cieca (quella di Ruthye) e una di ricerca di un posto nel mondo e di un posto da poter finalmente chiamare casa (ovviamente Kara). Gli elementi che più funzionano in Supergirl sono esattamente questi: quello di Kara è uno sviluppo drammatico che, per tre quarti di film funziona molto bene. Il suo passato è gestito con il contagocce e raccontato senza patemi d’animo o retorica vuota e fine a sé stessa. E qui si vede il lavoro di Craig Gillespie sul femminile già fatto con l’ottimo Tonya e il, seppur non fantastico, Crudelia.

Il problema principale di Supergirl allora inizia quando si cambia lo sguardo, quando prima ci si sposta su Ruthye, personaggio accessoria senza un vero spessore più che vera e propria co-protagonista e sul comparto action del film. Le scene d’azione sono confusionarie, girate male e montate peggio. Un turbinio di movimenti e tagli bruschi, di scavalcamenti e voli che non fanno altro che destabilizzare lo sguardo, invece di accompagnarlo. I VFX non aiutano, nel loro essere molto spesso posticci e mai veramente all’altezza del mondo vivo e dal respiro enorme in cui sono inseriti. La Kara di Milly Alcock sembra l’unico personaggio a salvarsi veramente: tridmensionale, fragile, determinata e al tempo stesso caciarona e folle come difficilmente abbiamo visto nel mondo dei supereroi. È una supereroina talmente tanto atipica da risultare straniante nella sua umanità, nel suo essere fuori dagli schemi fin troppo machisti e maschilisti imposti al mondo cinematografico degli eroi in calzamaglia. Un personaggio a tutto tondo che ha tanto da dare nel futuro del DCU.

Cosa non funziona

Funzionano poco, invece, i personaggi che ruotano intorno a Supergirl. Abbiamo già detto di Ruthye e del suo essere una comprimaria qualsiasi, senza un vero sviluppo efficace e relegata ad apparizione rispetto al materiale originale in cui era narratrice diretta della storia. Allo stesso modo il Lobo di Jason Momoa che, al di là della perfezione dell’attore hawaiano nel ruolo (è nato per interpretarlo), non aggiunge nulla all’economia narrativa se non due o tre momenti comic relief. Sarebbe ingenuo non capire che è lì perché era necessario inserirlo per ritrovarlo in progetti futuri. È innegabile che questa è la nuova forma dei Blockbuster hollywodiani: trampolini di lancio per figure che ritroveremo tra qualche anno in progetti solisti in cui ci saranno altre introduzioni di personaggi che ritroveremo in futuro e via così all’infinito, in un uroboro industriale di rimandi e attese. Triste, perché leva spessore ai progetti in cui sono inseriti, rendendoli meri trampolini di lancio e stazioni di servizio. Ma questa è una grossa fetta dell’industria attuale, e volenti o nolenti bisogna farci i conti.

Supergirl è quindi un film a metà, un film non propriamente a fuoco in cui una cosa funziona alla perfezione: la Kara di Milly Alcock. Il personaggio è cucito intorno alla prossima grande star hollywoodiana che regge la pressione di essere Supergirl e anzi, ne restituisce un ritratto spigoloso, diverso dalla solita figura eroistica e, per certi versi, diversa anche dalla sua controparte cartacea. Kara è fragile per quanto forte fisicamente, irriverente e sprezzante quanto insicura e alla ricerca di un posto da chiamare casa. Ma sono tante le cose che funzionano poco. A partire dal villain Krem, che nel tentativo maldestro di dargli spessore rispetto al materiale originale in cui era una semplice catalizzatore degli eventi narrativi, quasi un MacGuffin per iniziare il viaggio, qui si tenta, senza riuscirci, di dargli un ruolo e una funzione legata a tematiche di genere sfociando, purtroppo, nella banale e nel referenziale. Allo stesso modo Ruthye, comprimaria poco incisiva e fin troppo dimenticabile. Uguale Lobo che, per quanto simpatico e interessante, risulta decisamente di troppo. Insomma, Supergirl è un film che dovrebbe reggersi sui suoi personaggi ma che, alla fine, li schiaccia sotto il peso delle responsabilità e della foga di essere qualcosa. Milly Alcock è straordinaria e per qualcuno vale da sola il prezzo del biglietti. Forse anche per noi, ma con qualche riserva in più per un film con tante cose interessanti quante altrettante ben poco riuscite.

Alessandro Libianchi