Superman inizia in medias res con un countdown. 3 milioni di anni fa ha inizio l’era degli dei e dei mostri, 30 anni fa Kal-El arriva sulla terra, 3 anni fa Clark Kent indossa per la prima volta il costume di Superman e 3 minuti fa l’uomo d’acciaio perde per la prima volta una battaglia. James Gunn non vuole perdere tempo, non vuole raccontare ancora e ancora (come annunciato in tutti i modi) le origini del più grande supereroe di sempre. Ma catapulta lo spettatore direttamente nell’azione, nel vivo dell’attività da superuomo dell’azzurrone. Scelta necessaria anche semplicemente per distaccarsi, per allontanarsi ormai del tutto da quell’universo che Zack Snyder aveva tenuto in piedi con i denti anche se era ormai morto e sepolto. Superman è l’ultima fatica di James Gunn nonché la prima del suo neonato universo narrativo espanso da quando ha preso la direzione artistica di casa DC. E Superman è, semplicemente, un film fantastico.

Fantastico nella misura in cui Gunn, ancora una volta, riesce a mettere davanti a tutto i sentimenti, le emozioni e l’anima piuttosto che i muscoli. E se è vero ciò che Lex dice a Superman, “il cervello batte sempre i muscoli“, è altrettanto vero che il cuore è sempre davanti a tutto. E Superman ne ha tantissimo, così come lo ha James Gunn che firma un cinecomics che è un enorme monito e dito medio a chiunque creda che l’America – o la forza militare, più in generale – possano sovrastare la gentilezza e la bontà. E Gunn si allontana drasticamente dai toni cupi e seriosi dell’universo DC creato da Zack Snyder, volenteroso di dare un aura quasi divina ai personaggi dimenticandosi completamente la vera essenza che ha sempre caratterizzato, fumettisticamente e cinematograficamente, il personaggio di Superman.

Superman: geopolitica supereroistica

David Corenswet nel costume di Superman

Ma Gunn non si limita a firmare un grande cinecomics e una delle migliori rappresentazioni dell’uomo d’acciaio cinematografico, sforna anche grande cinema attualissimo. Superman è un film totalmente e indissolubilmente politico, quasi profetico. Il Lex Luthor di Nicholas Hoult è la perfetta rappresentazione di un classico Big Tech Man americano alla Elon Musk o alla Donald Trump, tanto ricco quanto folle. Con risorse pressoché illimitate, arriva a dirigere guerre, interferire in conflitti geopolitici e a scatenare dei possibili genocidi per la solo sete di potere e di annientare Superman. Così come il conflitto tra Boravia e Jarhanpur ricorda terribilmente il genocidio palestinese, con il presidente Boroviano una macchietta a ricordare tanti, forse troppi, capi di stato moderni. Superman è quindi un film geopolitico che ci ricorda di come non esistano leggi o interferenze quando ci sono di mezzo le persone. Per Superman non esiste ragionamento che tenga quando a pagarne le spese sono le vite.

Sotto l’egida politica, James Gunn inserisce un altro filone fondamentale: quello dell’informazione come arma di distruzione. Soprattutto quella falsa. È proprio il controllo dei media da parte di Lex a portare Superman sull’orlo del precipizio, così come sarà il lavoro di Lois Lane (una gigantesca Rachel Brosnahan) a salvare l’uomo d’acciaio e a regalarci forse la sequenza più interessante del film: l’intervista a Superman in cui viene messo faccia a faccia con le conseguenze delle sue azioni. Il Daily Planet diventa centro narrativamente nevralgico del film nonostante si veda pochissimo, proprio come l’informazione e i dati sono diventati arma e merce in un modo sempre più mediale e informazionale. Il capitale dell’informazione come arma di distruzione di massa, Superman come arma di salvezza.

Clark Kent

Quindi il film si sviluppa principalmente su questi due temi manifesti, senza però tralasciare uno dei caratteri distintivi del personaggio fumettistico: la dualità tra l’alieno Kal-El e l’uomo Clark Kent. Le fondamenta morali di Superman vengono scosse da un terremoto quando scoprirà il vero motivo per cui i suoi genitori Kriptoniani lo avevano inviato sulla terra. Sarà proprio il suo contatto con casa Kent e con le sue origini umane e terrene a fargli capire chi davvero è e qual è il suo scopo sulla terra. Clark è in fondo un campagnolo della piccola città di Smallville e quelle radici sono l’essenza del suo essere umano e superuomo (leggere Superman: Stagioni per capire fino in fondo chi è l’uomo d’acciaio). Ed è anche, effettivamente, un immigrato in un paese che, in questo momento, sta facendo di tutto per braccare chi quel paese l’ha fondato. E non è un caso che Lex abbia una prigione personale nascosta in un universo tascabile (alligator alcatraz?) a ribadire ancora una volta su che tipo di figura rappresenti Lex. E quindi la dualità tra alieno e terrestre, tra uomo e Oltreuomo Nietzschiano che hanno da sempre caratterizzato ogni rappresentazione del personaggio ad essere il motore drammaturgico del film. E Gunn lo sa bene. Anzi, benissimo.

Sono questi i piccoli ma grandi dettagli che rendono enorme il Superman di James Gunn. Un supereroe che torna ad essere colorato, pop, divertente in pieno stile Gunn, la cui mano è evidente più che mai. Anche la stessa Justice Gang formata da Lanterna Verde, Hawkgirl e Mr. Terrific funziona in rapporto a sé stessa e in rapporto all’azzurrone. La miscela funziona alla grande, anche se – unico difetto del film insieme ad una durata leggermente ampia, si poteva asciugare forse di qualche decina di minuti – il tutto diventa forse troppo spaesante per chi non è avvezzo al mondo fumettistico di Superman, lasciando con il dubbio iniziale su dove vadano collocati i pezzi sulla scacchiera. Ma è questione di pochi minuti e tutto va al suo posto, segno della grandissima scrittura che ha sempre contraddistinto le produzioni di casa Gunn. Quell’impronta, quella mano folle del già regista della trilogia de I Guardiani della Galassia non viene fermata dalla grandezza del personaggio o dalle aspettative troppo alte, anzi, diventano motore per un film che respira la stessa aria di James Gunn in tutto e per tutto. Le grandi sequenze action, la spiccata ironia cinica e quei colori accessi e vivi che respirano sanno tantissimo di Gunn. Insomma, il regista e ora direttore del DCU ha messo il primo grande tassello ad universo narrativo che è iniziato con delle grandissime premesse. Se la S di Superman sta per speranza, allora sta anche per speranza che il cinecomics come genere possa ripartire da questi prodotti qui, tanto blockbuster quanto capaci di farci credere che la gentilezza sia il modo migliore di rispondere a chi vuole solo vedere il mondo bruciare.

Alessandro Libianchi

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