Si può dire di tutto a Bad Boys: Ride or Die. O meglio, si può contestare tutto. Si potrebbe parlare di una scrittura che si poggia su delle fondamenta di genere trite e gag quasi seccanti. Oppure si può parlare di come le scene d’azione non siano orchestrate in modo eccezionale, nonostante registicamente e tecnicamente abbastanza buone. O si potrebbe contestare un Will Smith che interpreta, semplicemente, Will Smith. Come fa da circa 30 anni, d’altronde. Alì di Mann a parte, ovviamente. Ma l’unica – ma proprio l’unica – cosa che non si può contestare al quarto capitolo di Bad Boys è la chimica straripante tra Will Smith e Martin Lawrence. Perché, sostanzialmente, il film si regge solamente su questo e basta.
Bad Boys: Ride or Die: Michael Bay

La quarta iterazione della saga si apre con Marcus (Martin Lawrence) che ha un malore durante il matrimonio di Mike (Will Smith). Durante il periodo di coma, ha delle visioni del defunto Capitano Howard (Joe Pantoliano), morto nel film precedente. Lo stesso capitano, poco dopo, viene accusato di essere invischiato negli affari loschi del cartello messicano come infiltrato nella polizia. Nel tentativo di proteggere il suo nome, i Bad Boys tornano in azione per risolvere il complotto e scovare chi, veramente, è un poliziotto corrotto. Ma di base, come per ogni fil della saga, a nessuno interessa veramente della trama.
Ciò che è importante quando si guarda un Bad Boys è l’ambiente, l’aura, quella patina quasi magica mista di machismo ipertrofico, colori neon sgargianti, buddy cop e regia incontrollata. Un tipico film di Michael Bay, insomma. E se con il precedente Bad Boys for Life i registi Adil & Bilall hanno provato, pallidamente, ad imitare quel marchio registrato di casa Bay, qui tentano a tutti i costi di rendere Bad Boys una saga quasi art-house nelle scelte tecniche. Ma l’idea si scontra con tutti i problemi del caso. Se alcune sequenze sono piuttosto interessanti – come l’uso della Snorricam su Will Smith o una totalmente folle e surreale sequenza in elicottero -, l’intero impianto non regge se sotto non c’è una scrittura che sia almeno degna di questo nome. E le soluzioni tecniche si fermano all’uso creativo del dispositivo cinema, più che voler narrare veramente per immagini. Un compito più da shooter, che da registi.
Audience
La spasmodica necessità di dover imitare uno stile inimitabile (nel bene e nel male) come quello di Bay – relegato qui come nel precedente ad un breve cameo – porta solamente frutti amari. Bad Boys: Ride or Die, non sa praticamente di nulla. Si destreggia tra le gag sulla vecchiaia già viste in mille salse diverse, sequenze action tecnicamente buone e una scrittura tenuta in piedi da incongruenze e illogicità. Se si è amanti della saga o della coppia Smith Lawrence sicuramente è un titolo adatto. O anche se si vogliono due ore di action muscolare anni Novanta allora è il film giusto. Ma se si cerca altro, qualcosa che abbiamo superato il ’99 e tutto quel cinema lì, allora sarebbe meglio, decisamente, stare alla larga dai Bad Boys.
Alessandro Libianchi
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