Nello spazio di LetteralMente Donna di oggi, una donna che ha dato un enorme contributo alla fotografia tra sperimentazioni, surrealismo e reportage di guerra. Il suo nome è Lee Miller e questa è la sua storia.
Lee Miller, la dannazione delle bellezza

“Sembravo un angelo di fuori. Mi vedevano così. Ero un demonio, invece, dentro. Ho conosciuto tutto il dolore del mondo fin da bambina.” . Questa frase di Lee Miller, come riportato dal blog Barbarainwonderlart, spiega molto della sua personalità e di come abbia vissuto sulla sua pelle il dolore sin da subito. A soli 7 anni fu vittima di uno stupro perpetrato da una persona mai identificata e prese la gonorrea. Nel frattempo accresceva la sua passione per la fotografia grazie al padre da cui apprese i primi rudimenti e segreti del mestiere.
Fu questi però il primo a fotografarla senza veli da giovanissima sfruttando la sua innata bellezza. Un dramma nel dramma che dette inizio a quel tormento che da sempre ha mostrato nelle sue fotografia e che la condizionerà dopo la guerra . In particolare una foto del padre della Miller che la ritraeva nuda ed esposta a New York nel 1913 scatenò un grave scandalo.
L’incontro con Nast
13 anni più tardi, mentre era iscritta all‘Art Students League di New York per imparare la scenografia e l’illuminazione di scena, un passante le salvò la vita mentre stava per essere investita da un’auto. Quell’uomo era Condé Nast, il famoso editore di Vogue e Vanity Fair. Questi rimase affascinato dalla bellezza della Miller tanto da assumerla come modella per Vogue. Lee Miller divenne in breve la fotomodella più ricercata degli Usa per pubblicità e copertine. La sua fama come modella però s’interruppe nel 1928. Quell’anno il fotografo Edward Steichen scattò un suo ritratto a figura intera che venne utilizzato per la pubblicità degli assorbenti. Era la prima volta che accadeva per un accessorio così intimo e questo causò un enorme scandalo che pose fine alla carriera della Miller in America anche se lei si disse sempre orgogliosa di aver posto fine ad un tabù.
Dall’altra parte dell’obiettivo
La vita come fotografa iniziò per Lee Miller nel 1929 quando si trasferì a Parigi dal famoso fotografo surrealista Man Ray di cui divenne ben presto la compagna. La Miller si appassionò ben presto ai soggetti surreali e metafisici del compagno con cui mise appunto la tecnica della solarizzazione ed imparò a realizzare foto in cui il soggetto in quadrato era sempre racchiuso in una sorta di cornice che fosse una porta o una finestra seguendo quello stile surrealista da lei mai abbandonato. D’altronde diventò difficile stabilire ad un certo punto quali foto fossero della Miller e quali di Ray tanto che si pensa che molto fotografie solarizzate del famoso fotografo fossero in realtà opera della compagna.
L’idillio con Ray terminò quando Lee Miller decise di sposare un milionario egiziano e di trasferirsi a Il Cairo. I soggetti delle sue fotografie divennero il deserto e le rovine egizie . Alcune di queste fotografie tra cui “Portrait of Space” sono tra le più importanti surrealiste nonostante a quell’epoca la Miller non lavorasse più come professionista. Nel 1937 finì anche l’amore egiziano e la Miller ritornò a Parigi dove incontrò il pittore surrealista Roland Penrose che divenne qualche anno più tardi suo marito.
Guerra e disperazione
Durante la seconda guerra mondiale, era Londra con Penrose durante il bombardamento nazista. Il marito fu chiamato alle armi mentre lei riprese a lavorare per Vogue come fotografa di guerra. Non raccontò solo i bombardamenti nel Regno Unito ma fu insieme a Margaret Bourke-White, una delle due sole donne ad essere accreditata come corrispondente di guerra dall’esercito degli Stati Uniti. Così la Miller documentò la battaglia St.Malo, l’Alsazia, la liberazionen di Parigi, l’incontro a Turgau con l’Armata Rossa e le drammatiche liberazioni di Dachau e Buchenwald le cui foto saranno così inquietanti che i contemporanei faticarono a credere che fossero vere.
La Miller festeggiò la fine dell’orrore delle guerra con una famosa foto scattatale mentre faceva il bagno nella vasca di Hitler a Monaco ma non bastò. Negli anni successivi alla guerra soffrì di forte stress post traumatico e si dette all’alcol. Poi nel 55 dopo la ripresa si dedicò alla cucina ma smise di fotografare. Fu il figlio, dopo la sua morte, a raccontare la sua storia e a catalogare il suo immenso patrimonio fotografico e artistico dopo che lei vita non si era mai quasi preoccupata di esporre realizzando una sola personale.
Stefano Delle Cave
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