Fin da quando la posizione eretta gli ha consentito di alzare lo sguardo, l’uomo si è interrogato sul cielo stellato che pendeva sopra la sua testa. Quei puntini luminosi, infiniti, sempre in movimento lo incuriosivano. Erano gli interlocutori del suo mondo interiore. Si è chiesto soprattutto se avessero qualche rapporto con lui. Ma cos’erano le stelle per gli antichi? Ci sono scienziati che cercano di osservare il cosmo con la loro meraviglia e ritornare alle loro domande. La domanda spontanea e ingenua dell’uomo antico è la stessa che si pone il pastore errante nel Canto Notturno di Leopardi:
E quando vedo in cielo arder le stelle;
dico fra me pensando:
a che tante facelle?
Archeoastronomia, disciplina scientifica o umanistica?

L’archeoastronomia è quella scienza che indaga la percezione dei fenomeni celesti da parte degli antichi con gli strumenti propri dell’archeologia. Il periodo privilegiato è quello che va dal Neolitico alle grandi civiltà del mondo classico (greco-romano), orientale (antica Cina, india), e americano (Maya). L’archeoastronomia non va presa per una riduttiva storia dell’astronomia ma, proprio perché non si limita a una collazione di fonti scritte, ma anzi indaga là dove solo le pietre sono segni parlanti di una mappa divisa a metà col cielo.
La maggior parte degli studi vertono infatti sull’allineamento e l’orientamento dei monumenti antichi rispetto alla volta celeste. Una scienza specialistica e interdisciplinare al tempo stesso, che si basa su un rigoroso metodo scientifico, ma con fini profondamente umanistici. Perché una volta scovato un allineamento nascosto tra una costellazione e un dolmen o una piramide lo studioso tenta di darne un’interpretazione culturale, di afferrare la rete di pensieri che stanno dietro quei calcoli così precisi e laboriosi, di ricostruire un modello cosmico perduto, di cui si hanno vaghi ricordi solo nei poemi delle mitologie più arcaiche.
Elaborare un modello cosmico, per gli uomini preistorici, era una questione di sopravvivenza. Violenti cataclismi sconvolsero il mondo appena uscito dall’era glaciale, nel periodo di transizione tra Pleistocene e Olocene. Gli oceani si innalzarono e le isole si inabissarono. Interi agglomerati umani vennero spazzati via, come la civiltà megalitica dell’isola di Malta.
Stelle per gli antichi: Il periodo dei megaliti
Gli uomini interpretarono il caos come meglio poterono: a livello simbolico, lo percepirono come un’estenuante travaglio della grande madre astrale, la dea venerata sotto forma di quelle statuine formose conosciute come Veneri paleolitiche diffuse dall’Atlantico alla Siberia. Il suo corpo prosperoso si distendeva in cielo congiungendo le Pleiadi con Cassiopea e Andromeda e Auriga e molte altre costellazioni. La via Lattea era il fiume di latte che sgorgava dal suo seno, nutrimento per tutte le creature della terra. La grande madre aveva esaurito un ciclo di gestazione, e stava per dare alla luce l’uovo cosmico, che segnava l’avvento di una nuova era. Diluvi, sconvolgimenti sismici e oceanici furono imputati alla sua sofferenza, che la distaccava dalla terra. Senza la sua cura e il suo nutrimento, il pianeta sarebbe collassato su sé stesso. Gli uomini intervennero per favorire i cicli cosmici e influenzare il cielo dalla terra. In che modo? Edificando.
Gli uomini del Neolitico erano consapevoli che esisteva un vincolo sempre precario tra la terra e il cielo, alimentato da una sorta di colonna o perno energetico, l’asse cosmico, che rendeva ogni parte del mondo collegata all’altra, senza soluzione di continuità. Per rafforzare tale vincolo, disseminarono dei monumenti giganteschi, i megaliti, che avevano la funzione di catalizzare l’energia cosmica e stabilizzarla al loro centro, per poi trasferirla verso astri di riferimento. Li edificarono vicino a corsi d’acqua sotterranei, a giacimenti minerari o in presenza di magma ribollente, su terreni che si credeva ospitassero un epicentro di energia tellurica.
La costruzione dei megaliti fu una vera e propria missione sacra comune a molti popoli. Architettura senza calce o cemento, calcoli geometrici raffinatissimi, pratiche devozionali, allineamenti astronomici: adoperarono ogni conoscenza per salvaguardare l’armonia del cosmo. Ed è grazie all’archeoastronomia se oggi possiamo comprendere il senso di quei monumenti, che rispecchiano una visione del cosmo in cui tutto è connesso con tutto.
Lorenzo La Rovere
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