Il fatto che Oceania 2 dovesse essere, originariamente, una serie TV è evidente fin dai primi minuti di film. Nessuno ci toglierà dalla testa che lo stesso trattamento venne riservato anche ad Onward, pellicola di matrice Pixar, che palesemente presentava difetti di montaggio e di scrittura così grandi da far pensare che la materia prima dovesse essere, in origine, una serie televisiva rimaneggiata per poter uscire in sala. Disney probabilmente non confermerà mai questa teoria, ma con Oceania 2 invece, la questione viene esplicitata fin da subito. Il film doveva essere una serie che sarebbe uscita su Disney+ per tentare di riportare in alto la piattaforma che naviga in acque torbide. Ma, come confermato dallo stesso regista, in fase di produzione, si sono resi conto che un’uscita al cinema sarebbe stata degna. O più remunerativa, se vogliamo essere sinceri.

E a livello produttivo questo scarto si sente tutto. Oceania 2 è un film monco, che manca di sostanza, di forza materica. Tutto ciò che aveva reso un successo gargantuesco il primo, qui viene cancellato in favore di una storia tanto poco sviluppata quanto drammaturgicamente insufficiente. Vaiana vuole insegnarci che perdersi è l’unico modo per ritrovare sé stessi, ma questa riscoperta e questa perdita personale, alla fin fine, non c’è. E tutta la prima parte di pellicola è improntata alla costruzione delle leggende e del mondo che circonda Vaiana, proprio come se fosse un pilot di una serie TV.

Oceania 2, perdersi è l’unica via per ritrovarsi

Vaiana, dopo gli eventi del primo film, è ormai diventata una navigatrice esperta. Approda su isole lontane alla ricerca di indizi sull’esistenza di altri popoli che abitano il continente oceanico. Vaiana riceva una chiamata all’avventura da parte dei suoi antenati, che avvisano la ragazza, ormai diventata donna, che il suo popolo rischia l’estinzione se non troverà una sorta di terra sacra chiamata Motufetu, che è in grado di unire tutti i popoli. Decisa a scoprire dove sia quest’isola, raduna un gruppo di strani compagni di viaggio per salpare e diventare colei che unirà le tribù. Non sa che, però, Motufetu è stata colpita da una maledizione del semidio Nalo, che ha fatto sprofondare l’isola in mare e ne impedisce l’accesso. Grazie anche all’aiuto di Maui, Vaiana tenterà il tutto per tutto pur di salvare il suo villaggio e tutti i popoli polinesiani.

Il duo Maui/Vaiana, la coppia che ha reso così iconico il classico Disney, in questo sequel è presente per pochissimo tempo. E infatti, le sequenze più efficaci sono proprio quelle in cui i due appaiono a schermo insieme e interagiscono. Maui resta il punto di forza della saga, con il suo fare irriverente e sprezzante. Ha un debito enorme, ancora una volta, con il genio di Aladdin. Ma non è per forza un male. Anzi, la capacità di riportare quel tipo di caratterista ad una nuova generazione di spettatori è un bene, nonostante sia impossibile non fare paragoni tra i due. Sono i personaggi secondari il problema, troppo poco abbozzati, tutti dimenticabilissimi e che non riescono a tenere il passo. Così come il villain Nalo, che vediamo solo nella scena post credit e che strizza l’occhio al Thanos dell’MCU, segno di come quell’universo cinematografico abbia creato una generazione di franchise che tentano di avvicinarcisi.

Il futuro di Disney

David Derrick Jr., alla sua prima esperienza registica, insieme a Jason Hand e Dana Ledoux Miller, confezionano un film scolastico. Regia squisitamente televisiva, sintomo anch’esso di come fosse un prodotto destinato alle piattaforme. Ma anche tecnicamente, con il passaggio dallo studio d’animazione principale del topo a Los Angeles a quello nuovo e inesperto di Vancouver, è una specchio di come Disney abbia voluto operare al risparmio, nel tentativo di massimizzare i profitti con un sequel che viaggia sicuro. In fondo, la strategia annunciata da Bob Iger è proprio questa: andare sul sicuro con franchise forti evitando rischi, per risollevare una crisi dei classici Disney come quella anni Ottanta. Quel periodo nero portò alla nascita del nuovo rinascimento Disney, con classici come La sirenetta, Hercules, Aladdin o Il Re Leone e il rischio Pixar. Mickey Mouse ne uscì con la sperimentazione e l’azzardo, oggi non sembra quella la linea che si vuole seguire. Resta il fatto che i classici Disney stagnano con produzioni artistiche decisamente non all’altezza di chi è venuto prima. Ma gli incassi fanno da padrone nel cinema industriale e quelli danno ragione al buon vecchio Iger.

Alessandro Libianchi

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