La sensibilità italiana per la salvaguardia dei diritti dell’uomo ha radici profonde, che risalgono a ben prima dell’unità politica del nostro paese. Il primo stato dell’Europa ancora ancient regime ad abolire la pena capitale fu proprio uno stato italiano: il granducato di Toscana, nel 1786. Il granduca Pietro Leopoldo, prototipo del monarca illuminato, aveva letto Dei delitti e delle pene di Cesare Beccaria, in cui si teorizzava il rifiuto della pena di morte. Il giurista milanese la definiva una guerra della nazione contro un cittadino. Dalla sua prospettiva di legalista, era una contraddizione in termini: un modo per allontanare i cittadini dall’assassinio, ordinando un pubblico assassinio.
Dei delitti e delle pene: Beccaria contro la pena di morte

Alla fine del secolo XVIII, il famoso secolo dei lumi, in molte delle monarchie illuminate europee si praticava regolarmente la tortura, la mutilazione e ogni genere di atrocità contro i detenuti. A Milano alcuni intellettuali vicini alle teorie illuministiche francesi fondano l’Accademia dei Pugni, che deve il suo nome all’animosità delle discussioni, e il Caffè, rivista culturale ispirata ai primi periodici inglesi. Tra questi, i fratelli Verri e Cesare Beccaria, che cominciano a riflettere sull’applicazione del principio assoluto della ragione umana sul barbaro sistema penale allora vigente.
Da tali riflessioni prese forma Dei delitti e delle pene. Uscito per la prima volta in Italia nel 1764, il trattato di Beccaria ebbe in pochi anni grande diffusione in Europa. Tra il 1766 e il 1774 il libro fu pubblicato in Francia, Gran Bretagna, Baden Württenberg, Olanda, Spagna, Danimarca. A partire da Voltaire, i filosofi si erano battuti per abolire la pena di morte partendo da principi umanitari. Beccaria cambia approccio alla questione e cerca di dimostrare pragmaticamente l’inutilità della tortura e della pena di morte, più che la loro ingiustizia. Egli infatti è consapevole che i legislatori sono mossi più dall’utile pratico di una legge che da principi assoluti, di ordine religioso o filosofico.
La pena di morte non ha alcuna utilità per diverse ragioni. Innanzitutto dispone di un bene che non è sotto la giurisdizione dello stato, cioè la vita umana. Inoltre non ha alcuna funzione intimidatoria o di deterrenza, dato che i criminali temono più la prigione protratta nel tempo che una rapida esecuzione. Infine, viola il principio di proporzionalità. Secondo le sue parole, “perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev’essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata a’ delitti, dettata dalle leggi”.
Anche la tortura viene confutata con argomentazioni logiche e utilitarie. Si tratta di una pena preventiva, che viola la presunzione di innocenza e non è decretata da un giudice. Può essere dannosa anche nella misura in cui induce a false confessioni. L’imputato, stremato, direbbe qualsiasi cosa pur di uscire dai ferri della tortura. Beccaria, già in anticipo rispetto alla sua epoca, sostiene il carattere rieducativo della pena. Ciò che può dissuadere l’uomo, anche il più truculento e passionale, dal commettere un delitto non è “l’intensione della pena, ma la sua estensione.”
L’influenza su Foscolo
Nelle Ultime Lettere di Jacopo Ortis, Foscolo sostiene, in linea con le teorie di Beccaria, che “le pene crescono coi supplizi”. in un discorso del 1824, inoltre, plaude al giurista milanese per aver separato i concetti di peccato e delitto. Quest’ultimo fa parte del diritto laico, e ha bisogno di categorie specifiche per essere valutato: “Se il popolo cominciava finalmente a distinguere fra peccati che si debbono rimettere al giudizio di Dio, e delitti che fanno responsabile il reo davanti alle leggi umane… solo il Beccaria ne ha merito». Foscolo e Beccaria appartengono entrambi all’Italia prerisorgimentale, quell’Italia in cui si sta formando una giovane generazione di patrioti che ha dato vita all’unica rivoluzione filosofica e politica che ha avuto il nostro paese, e che ha portato allo stato nazionale che noi conosciamo.
Lorenzo La Rovere
Seguici su Google News





