Ci sono molti modi di vivere una tragedia. È così che esclama Ingrid, il personaggio interpretato da Julianne Moore parlando esattamente di quello di cui Almodóvar, in questo suo ultimo film, racconta. La stanza accanto, vincitore Leone d’oro a Venezia, è un’opera seminale, una di quelle che solo un maestro come Pedro Almodóvar poteva tirare fuori. Perché parlare di morte, rendere il fine vita il cuore pulsante e il tema principale di una pellicola attraverso la gioia e la positività è qualcosa che può riuscire solo ai grandi autori. Ed è in questa differenza, in questo scarto sostanziale, nei diversi modi di vivere una tragedia che La stanza accanto passa dall’essere un buon film ad essere una meraviglia. Perché parla di morte, di tutti noi e di come ci interfacciamo con essa. Ma anche del mondo, dei ricordi e dello scegliere la vita anche con la morte.

Almodóvar scava attraverso i ricordi su dei volti che tanto hanno vissuto e a cui la vita ha chiesto troppo. Quello di Tilda Swinton, così scavato ed emaciato, rende giustizia ad un personaggio che è stanco di vivere quella tragedia, dopo aver visto, da giornalista, conflitti su conflitti. Ma come lei stessa dice, la sua scelta di morire non significa smettere di combattere. Ma è proprio quella scelta, quella volontà, quel enorme amore per la vita a rendere quella decisione l’ultimo attacco vincente contro la morte. E Almodóvar esprime tutto questo attraverso la semplicità, il colore, la luce, la gioia di una vita vissuta a pieno. Il dialogo costante tra due amiche che non si vedono da troppo tempo è l’occasione per fare il sunto di un’intera esistenza e cementificare una decisione sofferta si, ma, proprio perché decisione, voluta.

la stanza accanto: prendere una decisione

la stanza accanto

Julienne Moore e Tilda Swinton sono rispettivamente Ingrid e Martha. Amiche di vecchia data, si ritrovano quando la seconda è in cura per un cancro incurabile. Condannata a morire nel giro di qualche mese, Martha decide di ricorrere all’eutanasia attraverso una pasticca acquistata illegalmente. Chiede ad Ingrid di accompagnarla in una vacanza in montagna dove, da lì a poco, ingerirà la pillola. Le chiede quindi di farsi complice di questo piano, di vivere un mese nella “stanza accanto” così da tenerle compagnia nei suoi ultimi giorni. Per rendere il processo più semplice, non dirà mai all’amica quando succederà quel che deve succedere ma lo scoprirà solo se, una mattina, la porta della sua stanza sarà chiusa. Seguiamo quindi gli ultimi giorni di vita di Martha insieme ad Ingrid nel primo film in lingua inglese del regista spagnolo che ritrae una New York insolitamente colorata (è pur sempre un suo film) tanto simile alla sua Madrid che conosciamo così bene.

Se da un lato il dialogo e il rapporto tra due donne è un leitmotiv piuttosto ricorrente e non originalissimo, la chiave di volta de La stanza accanto è proprio su come le due vivono in modo diverso la tragedia. Martha è decisa, sicura, cova questa volontà da tanto tempo. Ingrid invece ha sempre avuto paura della morte. Come lei stessa dice, aprendo il film, “non si spiega come una qualcosa di vivo possa morire“. Ed è proprio quello che anche lei stessa imparerà a fare, ad accettare la morte, a venirne a patti e a comprendere la decisione dell’amica. Perché la morte è anche un processo per i vivi, per chi resta, per chi deve accettarne le conseguenze e i risvolti. E Almodóvar, ancora, rende la morte inaspettata. Non rappresenta quel momento con tragicità e mestizia ma anzi, ne celebra il trionfo. Con una delle sue immagini più potenti, Almodóvar, proprio come in Gente al sole di Hopper, carica di luce e colore Martha, rendendola quasi sacrale, ascesa a essere superiore e ultraterreno. Un sorriso

Quello che resta

Ma quello che, per qualsiasi altro autore sarebbe stata vista come una macchia sulla pellicola, diventa per Almodóvar un elemento tanto coerente con la sua filmografia quanto commovente per lo spettatore. Per il regista spagnolo la famiglia è sempre stato un simbolo ricorrente. Dai film più sperimentali degli esordi fino ai drammi più impostati della vecchiaia. Da Donne sull’orlo di una crisi di nervi, il film che ha fatto scoprire il talento del regista a livello internazionale, fino a Dolor y Gloria. Quell’elemento sul finale, chiamato a gran voce fin dall’inizio del film, diventa la naturale conclusione, ma non per questo meno inaspettato e commovente. Il ricordo è l’eredità continuano a vivere dopo la morte e ognuno di noi, senza neanche volerlo, mette un pezzo di sé stesso dentro gli altri. Anche dentro chi sentiamo più lontano o chi ci rifiuta. E se è vero che, dopo la morte, l’ingrato compito del ricordo è affidato ai vivi, è altrettanto vero che quello stesso ricordo è il motivo per cui i morti, alla fine, non muoiono mai.

Alessandro Libianchi

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