David Lynch racconta di non voler mai e poi mai spiegare uno dei suoi film perché ogni spettatore deve avere la libertà di leggerci quello che vuole. La sua idea originale non deve contaminare le interpretazioni del pubblico. In Nosferatu, al di là di una forma che conosciamo a memoria (Nosferatu è stato rappresentato 2 volte al cinema: l’originale nel capolavoro impressionista del 22 da Murnau e un’altra nel 1979 di Herzog), quello che Robert Eggers fa è esattamente questo. Mette in scena il vampiro più famoso del cinema contaminandolo di domande senza accennare alle risposte. Nosferatu è pieno, pregno di temi, di sottotesti, di riferimenti a cui lo spettatore può dare una propria interpretazione, una propria e personale visione. Ma Eggers non si permette mai di allungarsi fino alle risposte. Non fa quel passo in più per pendere verso una soluzione univoca e principale.
Eggers aveva in cantiere questo film da oltre vent’anni. Sarebbe dovuto essere il suo secondo lungometraggio dopo quel capolavoro gotico che è stato The Witch. La stessa protagonista, infatti, sarebbe dovuta essere Anya Taylor-Joy. Poi, per mancanza di fondi e script non pronti, il film è stato rimandato di anno in anno fino ad oggi. Ed è stato, da un certo punto di vista, un bene per il film stesso. Ha permesso a Eggers di cementificare quello stile registico e quella mano iconica ancor di più di quanto non avesse già reso evidenza in The Witch. E questo tocco è tutto ciò che rende grande Nosferatu. Peccato però che la mano di Nosferatu tocchi più la forma che la sostanza, rendendolo un film pregno di goticismo visuale e di tecnica fuori dal comune, ma con una sostanza che poco sta al passo con tanta grandezza formale.
Nosferatu: principe della notte tedesca

Nella Germania del 1838, Ellen Hutter (una grandissima Lily-Rose Depp) è perseguitata da incubi ricorrenti su una strana figura che la tormenta. È felicemente spostata con Thomas Hutter (un Nicholas Hoult sugli scudi), un agente immobiliare incaricato di chiudere una vendita in Transilvania nel castello di un conte troppo malato per potersi spostare fino in Germania: il conte Orlok. Ellen intima Thomas di non partire, preoccupata che qualcosa di sinistro stia per accadere. Ma, volenteroso di far carriera e di regalare un futuro roseo alla moglie, l’agente inizia il suo viaggio di sei settimane fino al castello. Una volta arrivato lì, però, si rende conto che qualcosa di sinistro abita quelle mura e il conte Orlok non è chi dice di essere. Orlok è, in realtà, il vampiro Nosferatu, la stessa figura che appare in sogno ad Ellen, avido del sangue della giovane e bramoso di scatenare il male sul mondo.
Eggers decide di non cambiare di una virgola il materiale originale di Murnau. Quello che colpisce, come in ogni produzione di Eggers, è l’accuratezza storica impressionante che il regista mette in ogni sua pellicola. La ricostruzione della Germania ottocentesca, gotica e sporca mette i brividi ancora prima che il meraviglioso Nosferatu di Bill Skarsgård possa farlo. Costumi, ambienti, luci, tutto ricreato con una perfezione quasi ossessiva. Anche la stessa figura del vampiro, simile a quella di Murnau, fa riferimento ai miti e alle leggende rumene da cui nasce Dracula stesso. Riti pagani e lingua sinti sono poi la ciliegina sulla torta di un film che fa della forma l’elemento che lascia a bocca aperta e invita ad essere visto sullo schermo più grande possibile per apprezzarne tutta la sua magnificenza. Almeno nella sua prima parte, quella che lavora per sottrazione, per discesa negli inferi e nel male, quella che, in buona sostanza, funziona decisamente di più.
Forma o non forma, questo è il problema
Il lavoro sulla luce di Jarin Blaschke, storico direttore della fotografia di Eggers è ancora meraviglioso. L’uso dei chiaroscuri, dei grigi, del bianco e nero trasporta dentro un mondo sporco, gotico e orrorifico magnifico e magnetico. I colori di Ellen si spengono più lei si avvicina a male incarnato, così come la città di Weimar scende nell’oscurità più si avvicina alla peste. Il problema di fondo di Nosferatu non risiede, insomma, nella sua forma, ma nella sua sostanza. Se la forma è magnifica (meno nella seconda parte di film, meno a fuoco), la sostanza risulta essere magniloquente. Il capolavoro di Murnau è fonte infinita di tematiche e e sottotesti interpretativi. L’imperturbabilità del destino romantico, il simbolismo della dittatura tedesca e dell’oscurantismo post prima guerra mondiale. O ancora, la sfera sessuale, con Nosferatu rappresentazione simbolica del sesso che irrompe in una vita casta. Eggers sembra trarre queste conclusioni nella sua interpretazione di Nosferatu e riportarle su schermo. Non tenta di farle sue e rimodellarle, ma piuttosto di traslarle ai tempi odierni.
Quasi con la paura di confrontarsi con un gigante della settima arte, con la paura di fare troppo per ritrovarsi a fare nulla. E allora ecco che la componente sessuale viene ampliata fin dal primo istante di film con un “he’s coming” che ha duplice valenza. Ed ecco che la sfera politica e sociale irrompe e fa diventare Nosferatu l’ombra di un oscurantismo ancora oggi presente nella società che irrompe su tutti e distrugge il progresso. La repressione sessuale di Thomas ed Ellen sfonda lo schermo e le barriere proprio grazie al vampiro. O, ancora, la repressione della sessualità omoerotica. Oppure, il vampiro come metafora della malattia mentale, forse l’interpretazione che più di tutti sembra collegare ogni frame di pellicola. Eggers infarcisce il film di tutti questi temi senza mai voler dire qualcosa in più, senza mai voler andare oltre. Non affonda il colpo, non mette mai veramente la sua mano se non in senso formale. O, al massimo, esplicitando tutto ciò che Murnau aveva ben nascosto sotto il tappeto del vampiro. E se è vero che Nosferatu allunga la sua mano su tutta la città come lo fa su tutto il pubblico, rapendo con la sua ombra, il problema sorge fuori la sala, dove le domande sono tante, ma le risposte che si possono dare sono troppo poche. Grande cinema, grande Elevated Horror (termine abusato e inflazionato), grande forma, ma sostanza imperfetta.
Alessandro Libianchi
Seguici su Google News





