C’è stato una volta Venom e la sua trilogia folle che, a qualcuno, ha strappato due risate. Poi è arrivato Morbius, diventato un cult e un guilty pleasure per quanto assurdo. Dopo abbiamo avuto Madame Web, talmente strampalato e paradossale da diventare un meme. E ora abbiamo Kraven – Il cacciatore, che probabilmente assumerà il ruolo di requiem del disastroso Sony’s Spider-Man Universe e null’altro. Kraven chiude virtualmente il SSU e, ancora un volta, si porta con sé tutti gli errori e gli orrori che questo universo reitera dalla sua nascita. L’idea di partenza di creare un’universo dell’uomo ragno senza la presenza dell’arrampica muri è fallace di per sé. Passi Venom, divenuto ormai nelle testate Marvel un personaggio regolare e distaccato ampiamente dall’arrampica muri e con una proprio identità e dignità. Ma, un personaggio come Kraven, è indissolubilmente legato a Spider-Man. Basti pensare all’opera più famosa che lega i due personaggi: L’ultima caccia di Kraven del 1987.

Tentare di creare, quindi, un’universo condiviso su un personaggio talmente iconico da risultare ingombrante anche quando non presente si è rivelato deleterio a dir poco. E Kraven – Il cacciatore ne è solo l’ultima riprova. Un film scialbo, totalmente privo di anima e che odora di voglia di chiudere un universo tanto remunerativo a livello di incassi quanto disastroso dal lato tecnico. Kraven è la summa di ciò che l’SSU è stato: un’accozzaglia di idea, di personaggi che si annunciano a gran voce, di tentativi maldestri di creare un’universo interconnesso ma con le idee più confuse possibili.

Kraven – Il cacciatore: Sergei Kravinoff

kraven
Aaron Taylor-Johnson nei panni di Kraven

Sergei Kravinoff, in arte Kraven è un cacciatore formidabile che si dedica alla protezione delle specie animali in via d’estinzione. Ha un rapporto complicato con suo padre Nikolai Kravinoff (un Russell Crowe in stile Ivan Drago), un cacciatore russo che vuole far diventare i suoi due figli degli “uomini veri”. Durante una battuta di caccia, il giovane Sergei viene attaccato da un leone che lo lascia in fin di vita. La giovanissima Calypso, che si trovava per sua “fortuna” proprio nello stesso punto della savana in Tanzania, gli fa bere un preparato miracoloso che gli dona forza e sensi sovraumani. Tornato ai giorni nostri, Aleksei Sytsevich, in arte Rhino, minaccia l’impero mafioso di papà Nikolai e, nonostante l’odio per il padre, pur di salvare suo fratello Dmitri, Kraven si unirà alla guerra.

Kraven – Il cacciatore sa solo ciò che non è. Buona parte della prima metà di film è dedicata allo sviluppo del giovane Sergei e di come si sia allontanato dalla sua famiglia. Peccato che, tutta questa prima parte di film, ricorda un grande riassunto televisivo utile al pubblico per ricordare gli eventi delle stagione precedenti. Tutto ciò che accade è rushato, frettoloso, non lascia lo spazio e il tempo al pubblico di affezionarsi a qualcuno o di empatizzare con il protagonista. Per un imprecisato motivo, Kraven difende gli animali dai bracconieri, in una scala gerarchica che arriva fino ai piani alti del crimine organizzato. Richard Wenk, Art Marcum e Matt Holloway, i tre sceneggiatori del film, scrivono una pellicola che fondamentalmente non racconta nulla. Kraven è la bidimensionalità fatta personaggio. Non ha nessun tipo di conflitto interno, di ripensamento. Si fa forte del suo machismo (di cui il film è pieno e né soffre terribilmente) considerando i suoi metodi sempre giusti. Lui semplicemente agisce ed è.

Dichiarazione d’intenti

La cosa che più lascia sorpresi è che un regista come J.C. Chandor, già dietro a film ottimi come All Is Lost e 1981: Indagine a New York, abbia confezionato un prodotto del genere. Perché a Kraven nessuno richiedeva nulla di speciale se non portare il compito a casa con tanta azione frenetica, montaggio serrato e intrattenimento. Ma il film non riesce neanche in questo. È piatto e banale, senza nessuna costruzione drammaturgica per nessun personaggio e dove l’unica legge a comandare è quella del machismo. Non sorprende infatti che i personaggi femminili siano totalmente assenti, se non per la Calypso di Ariana DeBose ma che ha come unica funzione quella di salvare due volte Kraven da morte certa in modi decisamente inspiegabili. O il personaggio di Christopher Abbott, così potente ma altrettanto inutile nell’economia filmica. Aaron Taylor-Johnson è un Kraven vergognosamente piatto, scritto sostanzialmente male. Fallace in ogni sua forma, dalla scrittura fino agli evidenti problemi di montaggio. Un film che, purtroppo, non sorprende sia parte dell’SSU.

Alessandro Libianchi

Seguici su Google News