«Volevo che tutte le donne vittime di stupro – non solo quando sono state drogate, lo stupro esiste a tutti i livelli – voglio che quelle donne dicano: l’ha fatto la signora Pelicot. Possiamo farlo anche noi. Quando vieni violentata c’è vergogna, e non spetta a noi vergognarsi. Spetta a loro.». Quella di Gisèle Pelicot, vittima di stupri da parte di cinquantuno uomini per oltre un decennio, è una di quelle storie difficili da raccontare, e impossibili da comprendere. Ad orchestrare le sevizie, il suo ex marito, Dominique Pelicot.

Una vicenda che ha sconvolto la Francia e il mondo intero. Suo malgrado, tuttavia, la settantaduenne residente in Provenza è diventata un simbolo della lotta alla violenza di genere. Un ruolo che ha coraggiosamente abbracciato, esponendosi in prima linea e presenziando ad ogni udienza del processo seguito alla scoperta degli orrori subiti. Un percorso lungo e doloroso, conclusosi questa mattina.

Condannato alla massima pena prevista l’ex marito di Gisèle Pelicot

gisèle pelicot
Manifestazioni in sostegno di Gisèle Pelicot

Il tribunale di Vaucluse (Avignone) ha riconosciuto colpevole di stupro aggravato Dominique Pelicot, condannato a vent’anni di reclusione, la massima pena prevista. La sentenza contro di lui si estende anche all’aver registrato immagini della figlia Caroline, delle nuore e delle due nipoti mentre erano addormentate, e nude o in biancheria intima. L’uomo ha parlato per l’ultima volta nel corso dell’udienza dello scorso lunedì, affermando: «La privazione di non vedere più la propria famiglia è peggiore della privazione della libertà. Voglio dire a tutta la mia famiglia che li amo, avete il resto della mia vita nelle vostre mani».

Nonostante molti siano riusciti a sfuggire all’identificazione, evitando il processo, sul banco degli imputati, dal 2 settembre ad oggi, sono finiti cinquantuno uomini. Quarantanove di essi sono stati condannati per stupro aggravato insieme a Pelicot, e uno per aggressione sessuale. Un altro uomo, invece, era accusato di aver violentato e fatto violentare sua moglie più volte da Dominique Pelicot, dopo averla addormentata con lo stesso modus operandi. Per questo motivo, è stato inserito nello stesso processo. I pubblici ministeri avevano chiesto per lui diciassette anni, ma la pena è stata ridotta a voce.

Delle cinquantuno persone coinvolte, solo diciotto si erano dichiarate colpevoli. Le altre avevano ammesso di aver avuto rapporti sessuali con Gisèle Pelicot, contestando però l’accusa di stupro. Sostenevano di non sapere che la donna non fosse consenziente. Queste affermazioni sono state contestate dallo stesso Pelicot, che ha confermato che tutti i partecipanti fossero perfettamente consapevoli del fatto che Gisèle fosse priva di sensi, drogata con potenti dosi di Tavor nascoste nell’acqua.

I fatti di Mazan e la cultura dello stupro

Tutta la famiglia Pelicot era presente in aula per sostenere la donna. Al momento della sentenza, Dominique si è alzato in piedi, ma non ha mostrato alcuna emozione. Gisèle, che più volte si è definita «una donna distrutta», ha finalmente ottenuto giustizia, ricevendo un plauso unanime per la sua decisione di “metterci la faccia” e di avere un processo pubblico. La scelta ha permesso di aprire un dibattito molto ampio circa la cultura dello stupro, che ha varcato i confini nazionali.

Quello che è accaduto a Gisèle, purtroppo, si ripete ogni giorno, ovunque; possono cambiare i dettagli, ma il fulcro del problema rimane invariato. Purtroppo, le leggi attuali non tutelano in maniera adeguata le donne; un fatto dimostrato ampiamente dalle statistiche annuali riguardanti femminicidio, violenza di genere e stalking. La stessa Pelicot si era appellata al Governo, con lucida amarezza: «È veramente ora che la società maschilista, patriarcale, che banalizza lo stupro, cambi. È ora di cambiare lo sguardo sullo stupro».

«Oggi il mondo conosce Gisèle Pelicot, sa chi sono e voglio che i miei nipotini siano orgogliosi della loro nonna. Non voglio che si vergognino di portare quel cognome perché oggi è il mio, sarà sempre associato a quello che io ho fatto in quest’aula di tribunale.», aveva detto durante la sua ultima testimonianza. Questa mattina, finalmente, i suoi sforzi sono stati ripagati, e ha ottenuto ciò per cui si è battuta: giustizia.

Federica Checchia

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