Marine Le Pen ha appreso la notizia della morte del padre Jean-Marie durante il viaggio di ritorno da Mayotte – arcipelago francese nell’Oceano indiano dove era in visita da alcuni giorni – durante uno scalo in Kenya, accendendo il cellulare e leggendo una notizia dell’agenzia Afp. Secondo Bfm Tv, la leader del Rassemblement National ha letto la notizia durante lo scalo tecnico a Nairobi dell’aereo sul quale viaggiava con i suoi collaboratori.
“Noi giornalisti – ha riferito una reporter di BfFM TV – abbiamo riacceso i cellulari e abbiamo visto la notizia dell’Afp sulla morte di Jean-Marie Le Pen. Abbiamo chiesto all’addetto stampa di Marine Le Pen se poteva confermare l’informazione, ma non ne era al corrente. Poi si è alzato ed è andato da Marine Le Pen per annunciarle la scomparsa del padre”.
Jean-Marie Le Pen divenne deputato per la prima volta nel lontano 1956, a 28 anni, per il movimento populista di Pierre Poujade, sedicente difensore, in uno spirito corporativo, dei commercianti e artigiani critici verso l’establishment. Dopo averne preso le distanze, Le Pen conserverà del “poujadismo” l’idea di far leva sul risentimento dei meno abbienti, ma introducendo l’ingrediente programmatico del rifiuto dell’immigrazione. Dopo essersi arruolato come paracadutista nella Guerra d’Algeria, durante la quale avrebbe praticato la tortura, secondo i suoi detrattori, Le Pen fonderà il Fronte Nazionale nel 1972, cercando di divenire pure un “campione” dei nostalgici delle ex colonie francesi. Un anno prima, le sbandate verbali spavalde da veterano senza pentimenti gli erano già valse una condanna per apologia di crimini di guerra. Politicamente, l’esperienza in Algeria sarà pure sinonimo dell’impossibile riconciliazione con i gollisti.
Condendo i propri discorsi di frecciate e frecciatine non di rado dal sapore razzista, antisemita e persino negazionista della Shoah, Le Pen sarà chiamato con il tempo più volte a risponderne in tribunale.
Anche molti dei suoi nemici gli hanno riconosciuto grandi doti oratorie. Ma al contempo, non pochi dei suoi seguaci l’hanno accusato d’aver conservato fino all’ultimo uno spirito troppo provocatorio, incompatibile con qualsiasi ascesa suprema. Sarà del resto uno dei principali pomi della discordia con la figlia, giunta al timone dell’Fn nel 2011 e divenuta vieppiù allergica all’incontinenza verbale del padre, al punto da privarlo nel 2018 persino del titolo simbolico di presidente onorario del partito.
Nelle ultime ore, in ogni caso, gli amici ancora in vita del “patriarca” ricordano che fu lui, fra gli anni Ottanta e Novanta, a inanellare i primi successi parziali, come l’avanzata alle Europee 1984 (10,95%, tallonando i comunisti), i 35 deputati a Parigi ottenuti con la proporzionale nel 1986, i primi capoluoghi di peso conquistati, come Tolone nel 1995.
Secondo il Figaro, «si spegne la figura politica contemporanea più controversa di Francia». Stringato e fattuale il comunicato di condoglianze dell’Eliseo, per il quale «il giudizio spetterà alla Storia». A sinistra, invece, molti promettono di «continuare a combattere le idee che Le Pen ha lasciato in eredità».





