Il rapporto tra padri e figli è un tema che non è nuovo all’horror. Film come lo “sperimentale” Searching, l’ottima saga di A Quiet Place di Krasinski o il mediocre Contagious con Arnold Schwarzenegger sono esempi di titoli che hanno fatto largo uso di questa tematica. Ma anche l’originale Uomo Lupo del ’41 affronta questa dicotomia e questo rapportarsi tra genitori e figli in un modo tutto suo. E Wolf Man decide di portare allo stremo questo stesso concetto, usando l’horror (e una forma di monster/zombi movie) come metafora principale e ricorrente della necessità di proteggere i figli, anche a costo di diventarne carnefici. Nato dalla volontà, nell’ormai lontano 2014, di Universal di creare un mondo condiviso in cui coesistono gli storici mostri Universal((idea poi in parte accantonata), Wolf Man ritrova vita nel 2020 sotto la spinta di Ryan Gosling, prima come protagonista poi come produttore esecutivo insieme a Blum.

E Wolf Man trova il suo più grande pregio e la sua più grande condanna proprio nelle mani produttive della Blumhouse. Intendiamoci, la storia produttiva della casa fondata da Jason Blum è costellata, molto spesso, di successi. Il primo Paranormal Activity, per fare un esempio, costò circa 20mila dollari e ne incassò quasi 200 milioni. È innegabile quindi che, nella maggior parte dei casi, se la Blumhouse si muove un prodotto ha tante chance di vincere la corsa dell’incasso. Ma allo stesso tempo, negli anni, lo studio ha sviluppato una sorta di stampino, di forma mentis che investe ogni pellicola che passa sotto le mani di Jason Blum. Sarà un lavoro strettamente produttivo, oppure di scrittura o ancora di basso budget. Resta il fatto che in ogni film prodotto dalla casa, si individuano sempre gli stessi stilemi ripetuti che sono croce e delizia di queste forme cinematografiche.

Wolf Man: tensione

Blake è un marito e padre di San Francisco, che eredita la sua remota casa d’infanzia nell’Oregon rurale dopo che il padre scompare e viene dato per morto. Il rapporto con sua moglie Charlotte si sta distruggendo, dato che la donna è sommersa dal suo lavoro di giornalista. Blake convince Charlotte a prendersi una pausa dalla città e dal lavoro per visitare la proprietà con la loro giovane figlia, Ginger. Ma quando la famiglia si avvicina alla fattoria nel cuore della notte, viene attaccata da una strana creatura e, in una fuga disperata, si barrica all’interno della casa. Ma Blake è stata colpito e, con il passare delle ore, inizia a comportarsi in modo sempre più sinistro. Si sta trasformando in un Lupo Mannaro, leggendaria creatura che suo padre cacciava proprio in quei boschi. Sua moglie Charlotte dovrà scegliere se il pericolo più grande è dentro o fuori la casa.

Leigh Whannell, già sceneggiatore dei successi più grandi di James Wan come Saw e Insidious, qui scrive e dirige in modo ordinato la pellicola. Ci sono diversi momenti interessanti, come il passaggio dal punto di vista di Blake a quello della moglie, che ci mostra l’evolversi della condizione di Blake e la caduta sempre più disperata nell’inferno da Lupo Mannaro. Il problema sorge quando è la sceneggiatura a dover prendere vita: i momenti di tensione si contano su una mano e non sono mai veramente ad un livello tale da generare angoscia. È un film che parla di rapporti paterni, ma il concetto non si sviscera mai come dovrebbe, rimane sempre sullo sfondo, in disparte, per lasciare spazio a facile horror e action.

L’uomo lupo è Blumhouse

Al di là di alcuni fallaci momenti di scrittura che portano il film decisamente fuori strada, Wolf Man, come dicevamo, è croce e delizia del metodo Blumhouse. Nonostante il costo elevato (25 milioni), la sensazione è che sia un prodotto a basso budget, in pieno stile Blum. Quella fotografia, quello stilema che si ripete di famiglia con problemi, la presenza demonica che diventa la soluzione ai conflitti e quella sana punta di Camp che non infastidisce sono tutti elementi Blumhouse. Erano presenti nell’ultimo Night Swim, in cui persino una piscina poteva essere posseduta. E sono presenti, ovviamente, anche in Wolf Man, rendendo la pellicola un piacevole guilty pleasure per molti e una disgrazia per tanti altri. Come è sempre stato lo stile Blumhouse.

Alessandro Libianchi

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