Viene difficile immaginare Adolf Hitler intento a dipingere paesaggi, nella calma del suo studio o in aperta campagna. Eppure, il dittatore austriaco aveva un lato artistico abbastanza sviluppato; una caratteristica che, se valorizzata a dovere, avrebbe potuto cambiare il corso della storia.
Il cancelliere, infatti, era un appassionato pittore, nonché un grande conoscitore di storia dell’arte; in particolare, durante i suoi anni viennesi, dal 1908 e il 1914, si dedicò a centinaia di opere, vendute per guadagnarsl da vivere, che firmava con il nome Moncheü. Nella sua produzione figurano soprattutto vedute, paesaggi, fiori, composizioni naturamortiste e scenari.
Il lato artistico di Adolf Hitler: il periodo viennese e la prima guerra mondiale

Hitler colorò cartoline e affrescò facciate di palazzi per più di cinque anni; a questo periodo risale anche il suo primo autoritratto, successivamente scoperto dal sergente maggiore Willie J. McKenna nel 1945 a Essen, in Germania. Quando partì per il fronte per combattere nella prima guerra mondiale, portò con sé i suoi lavori, per continuarle nel tempo libero; i quadri di allora sono gli ultimi realizzati prima di entrare in politica.
I temi pittorici includevano case contadine, paesaggi desolati e spogliatoi; si cimentò, inoltre, con schizzi a inchiostro: nel 1915, ad esempio, ritrasse alcuni commilitoni che avanzavano nelle Fiandre. La stragrande maggioranza della critica contemporanea valuta le doti artistiche di Hitler come “scarse”; secondo gli esperti, infatti, non dipingeva quasi mai persone o animali perché non ne era in grado. Altri, però, sostengono che il Führer avesse almeno un po’ di talento, o quantomeno una buona mano.
La mancata ammissione all’Accademia
Nel Mein Kampf, Hitler confidò di aver sempre desiderato diventare un pittore professionista; le sue ambizioni, tuttavia, furono distrutte dalla mancata ammissione all’Accademia delle Belle Arti di Vienna. La scuola respinse il giovane per ben due volte, stroncando di fatto le sue velleità artistiche. Prima di allora, frequentava una scuola tecnica, nella quale spiccava nel disegno, ma da cui fu espulso perché considerato “problematico”.
Arrivò all’esame di ammissione in accademia sicuro di superarlo a pieni voti, ma non andò così. Alla seconda bocciatura, si presentò dal rettore per chiederne i motivi; l’uomo gli rispose che la sua «rigida impostazione del disegno fosse più legata all’architettura tanto da reprimere la limpida genuinità del tratto». Pertanto, il professore gli suggerì di provare ad entrare nella Facoltà di Architettura. Anche questa opportunità, però, s’infranse nel momento in cui Hitler apprese che «l’ammissione alla scuola di architettura presupponeva la licenza della sezione architettonica della scuola tecnica; ma per l’entrata in questa si esigeva la licenza di scuola media. Tutto ciò mi mancava completamente. L’adempimento del mio bel sogno non era più possibile».
L’ideale di Hitler e la pittura del Terzo Reich
Hitler era molto solitario, e questo lato caratteriale appare evidente anche nei suoi dipinti. Non voleva alcun tipo di confronto e tirava dritto per la sua strada, sviluppando un pensiero del tutto negativo nei confronti di ciò che non apparteneva alla tradizione. Per questo motivo, ammirava molto Durer, Holbein e le loro opere ispirate al Rinascimento italiano e all’arte greca. Tutto quello che era diverso dal realismo eroico, o che alterava la linea del reale per reinterpretarla, veniva da luk considerata come una degenerazione. Una visione rigida e selettiva, che in futuro avrebbe applicato, come ben sappiamo, anche ad altri ambiti.
L’arte del Terzo Reich si basava su un romanticismo realistico basato sui modelli classici. La modernità era assolutamente vietata, e i nazisti promuovevano solo artisti tradizionali, che esaltavano i valori di “sangue e suolo” di purezza razziale, militarismo e obbedienza. Altri temi popolari erano il Volk (popolo) all’opera nei campi, simbolo di un ritorno alle virtù semplici. L’amore per la patria, la virilità maschile e l’elogio della procreazione femminile (il famoso “Kinder, Küche, Kirche”, “bambini, cucina, chiesa”).
Quello di Hitler, insomma, era un approccio “militare”, che strideva con la libertà e l’umanità dell’arte. Lui, però, non cessò mai di considerarsi un pittore; nei giorni che precedettero lo scoppio del secondo conflitto mondiale, disse infatti all’ambasciatore britannico Neville Henderson: «Io sono un artista e non un politico. Una volta che la questione polacca sarà risolta, voglio finire la mia vita come un artista». Impossibile non chiedersi, alla luce di tutto questo, cosa ne sarebbe stato dell’Europa e nel mondo intero, se i professori di quell’accademia gli avessero concesso una possibilità.
Federica Checchia
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