Il valico di Rafah è un importante snodo geopolitico legato anche al Congo. Ti spieghiamo perché.
Il valico di Rafah rappresenta l’unica via d’uscita dalla Striscia di Gaza che non attraversa Israele. Da anni, è un’ancora di salvezza per una popolazione intrappolata in un territorio devastato dall’assedio e dalle guerre ricorrenti. Tuttavia, a maggio, le forze israeliane hanno preso il controllo del valico nell’ambito di un’offensiva su Rafah, provocando la chiusura immediata del passaggio. L’Egitto, in risposta, ha sigillato il proprio lato del confine in segno di protesta, rendendo Gaza ancora più isolata.
Già prima dell’attuale conflitto, il valico di Rafah fungeva da unico punto di fuga per i palestinesi bisognosi di cure mediche non disponibili nella Striscia, come trattamenti oncologici e interventi chirurgici complessi. Ma il blocco imposto congiuntamente da Israele ed Egitto per oltre 15 anni ha reso estremamente difficile anche il passaggio per motivi umanitari, con restrizioni che hanno aggravato il collasso del sistema sanitario di Gaza.
Chi controlla Rafah e perché è così importante?
La questione del controllo del valico di Rafah è uno dei nodi centrali delle tensioni diplomatiche tra Israele, Egitto e le autorità palestinesi. Dopo l’avanzata israeliana, Tel Aviv ha dichiarato che non permetterà ad Hamas di riprendere la gestione del passaggio, accusando il gruppo di aver sfruttato i tunnel sotterranei per il contrabbando di armi. L’Egitto, dal canto suo, sostiene di aver distrutto questi tunnel già anni fa, ma Israele continua a opporsi a qualsiasi coinvolgimento dell’organizzazione islamista.
Anche l’Autorità Palestinese (AP), ufficialmente riconosciuta dalla comunità internazionale, non ha il permesso di amministrare il valico. In alternativa, il passaggio sarà gestito da palestinesi della Striscia che in passato hanno lavorato come ufficiali di frontiera per l’AP, ma che non potranno esibire simboli ufficiali dell’Autorità. Israele ha imposto controlli rigorosi sul personale, per assicurarsi che nessuno di loro abbia legami con Hamas. Inoltre, l’Unione Europea tornerà a inviare osservatori al confine, come già accadeva prima del 2007.
Un’escalation che arriva fino al Congo
Se la crisi a Gaza continua a dominare l’attenzione internazionale, un’altra guerra sta facendo centinaia di vittime nell’Africa centrale. Nell’ultima settimana, a Goma, la più grande città dell’est della Repubblica Democratica del Congo, sono state uccise almeno 700 persone nei combattimenti tra l’esercito congolese e i ribelli dell’M23, un gruppo armato sostenuto dal Ruanda. Il governo di Kinshasa ha definito l’offensiva una “dichiarazione di guerra”, mentre le Nazioni Unite e gli Stati Uniti hanno confermato il coinvolgimento ruandese, sebbene Kigali continui a negare qualsiasi responsabilità.
L’offensiva dell’M23 si è intensificata nelle ultime settimane, provocando oltre 400.000 sfollati e portando il conflitto ai livelli di violenza più alti dal 2021. Con i ribelli che avanzano verso la capitale Kinshasa, a 1.500 km di distanza da Goma, la situazione potrebbe degenerare ulteriormente, con conseguenze disastrose per l’intera regione dei Grandi Laghi.
Non si tratta solo di Rafah, il mondo è in una crisi importante che non possiamo ignorare
Mentre Gaza è soffocata dall’occupazione e dall’assedio, l’Est del Congo è intrappolato in una guerra che va avanti da decenni, ignorata dai media internazionali. In entrambi i casi, civili innocenti stanno pagando il prezzo più alto, vittime di giochi geopolitici e interessi militari che li considerano sacrificabili. Rafah, così come Goma, è il simbolo di un mondo che si muove secondo logiche di potere, lasciando intere popolazioni senza via di fuga.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





