Primo Levi nel 1975 ricordò che negli anni del fascismo e della guerra, segnati per gli antifascisti da smarrimento morale, isolamento e incertezze, solo «La Bibbia, Croce, la geometria, la fisica, ci apparivano fonti di certezza». In effetti, l’intellettuale abruzzese, esponente dello storicismo idealista, fu tra i più resilienti contestatori del regime. Fu il principale promotore, nel 1925, del Manifesto degli intellettuali Antifascisti, in risposta al manifesto fascista propugnato da Giovanni Gentile. Si rifiutò, nel 1938, di compilare il questionario governativo finalizzato a una classificazione razziale. Per questo, quasi tutte le accademie di cui era membro lo espulsero. E ricordando un suo discorso al primo congresso dei partiti del Cln del 28 gennaio1944 Benedetto Croce definì per la prima volta il fascismo “malattia morale” dell’Italia.
Croce e il fascismo: una malattia morale

Secondo Croce, una premessa ideologica del fascismo fu il mito del superuomo, «ideale profondamente immorale e anticristiano in quanto negava l’umanità dell’uomo». Esso «fiorì nella pomposa e ciarlatanesca letteratura di Gabriele D’Annunzio, accolto dalle fantasie giovanili di quel tempo». Un altro presupposto fu il rinvigorimento dell’autoritarismo nell’Europa occidentale, a seguito della stagione di riforme e benessere a cavallo tra XIX e XX secolo. E infine la Grande Guerra, che arrivò a rompere il delicato equilibrio (e i delicati equilibrismi) del parlamentarismo liberale italiano. La guerra fornì a Mussolini la forza numerica che prima non avrebbe mai potuto avere: gli uomini di risulta, la plebe, i reduci frustrati, la piccola borghesia disoccupata e irrequieta che era rimasta insoddisfatta della vittoria mutilata.
Dal canto loro, neanche i partiti italiani seppero opporre una resistenza seria all’instaurarsi del regime. I socialisti rifuggivano come la peste ogni responsabilità, i cattolici di don Luigi Sturzo erano condizionati dal Vaticano e i liberali dovevano affidarsi all’ottantenne Giovanni Giolitti per trovare un capo di stato degno di questo nome.
Per il Croce il fascismo era visto come una “parentesi” tra lo stato monarchico liberale e lo stato repubblicano democratico. Era un interregno tra due stati eredi l’uno dell’altro. La malattia morale del fascismo avrebbe contagiato la società e la politica italiana e le avrebbe corrotte fino al midollo. Il filosofo individuava la cifra politica del fascismo e del suo capo nell’attivismo, il culto dell’azione per l’azione, il protagonismo storico fine a sé stesso. Dunque era un movimento privo di una vera idea politica e poco aveva a che vedere con la dignitosa storia dell’Italia liberale. Ma i critici di Croce contestarono questa natura contingente del fascismo, affermando che esso in realtà era una rivelazione, il necessario sbocco del carattere nazionalistico italiano.
Per Croce il fascismo non fu voluto da una classe sociale, ma fu uno smarrimento collettivo, una depressione civile, una ubriacatura prodotta dalla guerra mondiale. Fu una malattia dovuta al fatto che l’Italia non aveva saputo sviluppare una classe media capace di opporsi a tendenze di tipo assolutistico. Anzi in Italia fu proprio la classe media a favorire l’ascesa del fascismo. Lo zoccolo duro rimase sempre composto dai reduci di guerra, dagli Arditi e dal mondo rurale, essendo il nostro un paese prevalentemente agricolo e privo di vera industrializzazione. Anche gli esponenti del mondo liberale, per scongiurare il terrore socialista, appoggiarono cautamente il fascismo della prima ora. Lo stesso Croce applaudì Mussolini al teatro san Carlo di Napoli, durante l’adunata preparatoria per la marcia su Roma.
Lorenzo La Rovere
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