Anche quest’anno, come ogni sacrosanta annata, ci si sveglia la mattina seguente agli Oscar e ognuno ha qualcosa da dire. C’è chi è contento (come Mikey Madison), chi un po’ meno (come Jeremy Strong) e chi grida al complotto. Insomma, questa sarà una classica settimana post Oscar. E, mentre nei loro salottini sedicenti esperti cinefili altresì definibili “dinosauri” definiscono Anora come un “filmetto, una commediola di cui ci dimenticheremo tra poco“, la pellicola diretta da Sean Baker si porta a casa tutti i premi più importanti, segno di come le nuove generazioni abbiano una voglia immensa di emergere e di raccontare storie. Alla faccia di chi pensa che il cinema sia appannaggio della vecchia guardia e solo tecnica e calcolo sterile. Ma, al di la della polemica “giurassica”, gli Oscar, come ogni anno, ci raccontano il tipo di America cinematografica che ci ritroviamo davanti. Da Anora che vince praticamente tutto, a The Brutalist al secondo posto per numero di premi, fino ad Emilia Perez che si perde per strada e resta con un pugno di mosche, gli Oscar sono lo specchietto per l’Hollywood del presente e quella che verrà.

E, soprattutto, la vittoria di Anora come miglior film è uno schiaffo morale a chi, dopo il successo a Cannes della meravigliosa pellicola di Sean Baker, parlava di perdita dei valori cinematografici. Ma è sempre la storia a parlare, non le penne scariche. E quindi Baker, Ani e Vanya conquistano il palco più prestigioso della stagione cinematografica Statunitense. E lo fanno con assoluto merito, al di là della forza degli avversari. Ma soprattutto vincono le idee, vince un cinema fatto di sudore, respiro, sangue e ossa e amore per l’arte. Perché, a smuovere questa industria e i “valori cinematografici” non è il vile denaro ma la forza delle idee.

L’indie trionfa agli Oscar

Il primo spunto interessante che si nota guardando ai vincitori degli Oscar, è come il cinema indipendente sia tornato fortemente nella grazie del sistema industriale americano. Quello indipendente è un processo che però non inizia oggi ne ieri, ma diversi anni fa. Con A24 prima e Neon poi, quel cinema a basso budget che si era ormai perso sotto lo schiacciante potere delle grandi produzioni Hollywoodiani è ormai diventata la nuova quotidianità cinematografica. Anora è una produzione indipendente in Baker scrive, dirige e produce una pellicola dal costo totale di 6 milioni di dollari. Una cifra irrisoria se pensiamo che un prodotto come Ennio Doris, tra investimenti statali e produzione privata è venuto a costare la stessa cifra, cambio alla mano. Ma anche l’altro super favorito The Brutalist, costato 10 milioni, la stessa cifra spesa per produrre Succede anche nelle migliori famiglie di Pieraccioni. Tutti sintomi di come l’industria non poggi le sue basi sui fondi investiti, ma sulle idee e sul talento, soprattutto quello delle nuove generazioni su cui si deve avere il coraggio di scommettere.

E quindi il ragionamento, inevitabilmente, si sposta sul nostro paese. Partendo proprio dalla serata di ieri in cui, l’unica candidatura italiana era per Isabella Rossellini in un film non italiano. Nella cinquina dei film internazionali, premio poi vinto da Walter Salles con Io sono ancora qui, Vermiglio di Maura Delpero non è rientrato per pochissimo. Ma di chi è la colpa, se ce ne è una? Dell’Accademy? Della forza degli altri candidati? Ecco, secondo noi, come denunciato dalla stessa Delpero, è proprio del nostro cinema. Così come lo scorso anno in cui Io Capitano arrivò agli Oscar senza un briciolo di campagna pre-premi, Vermiglio praticamente si limita ad un paio di proiezioni in giro per gli Stati Uniti. Il supporto arrivato dal nostro paese è a ridosso dello zero, portando inevitabilmente l’Italia all’ennesima disfatta europea contro paesi come la Francia (che presenta diversi film anche in co-produzione) o la Germania. Ed è proprio da questi Oscar che dovremmo imparare per ripartire come industria, almeno a livello internazionale. Partire dal basso, dalle idee vincenti, dai giovani affamati e da un cinema che racconta non di eroi ma di esseri umani, come siamo riusciti a fare per tantissimo tempo. Ma la strada che ci si pare davanti non sembra solo incerta, è proprio senza meta.

La questione piattaforme

E se quindi da un lato l’indipendente stravince questi Oscar mostrandosi al pubblico dei premi e uscendo fuori come una forma cinema di cui gli Stati Uniti vogliono appropriarsi per renderla la sua nuova immagine (gli Oscar questo sono, puro marketing industriale), dall’altro questi premi sono il sintomo di un problema più ampio e nascosto. Come fa notare brillantemente Giacomo Lenzi di Ciakclub e Screenworld, le vittore di due film passati esclusivamente in sala come Anora e The Brutalist e la grande esclusione di un film come Emilia Perez, sono il sintomo di un distacco netto dell’industria dallo streaming. Netflix, nonostante l’enorme numero di nomination, torna a casa con una manciata di statuette, in controtendenza con gli ultimi anni in cui faceva da padrone nella stagione dei premi. Allo stesso modo, il momento James Bond è parso più un commiato verso 007 più che un omaggio. Bond, infatti, è passato sotto l’ala di Amazon, dopo sessant’anni di onorata carriera sotto le famiglie Broccoli e Wilson. Un ultimo saluto ad un’icona cinematografica diventata la nuova IP da poter mungere di un altro colosso dello streaming.

E poi il discorso di Sean Baker, a sottolineare l’importanza della sala cinematografica come esperienza. Un grido di aiuto e una sfida aperta allo stesso tempo, proprio davanti a Tarantino, uno dei primi registi a schierarsi apertamente contro lo streaming. Insomma, sembra che a Hollywood, anche se non vogliono darlo a vedere, lo streaming sia diventato un grosso problema. Una forma non sostenibile per una arte che si poggia direttamente sulla sala. E quindi Anora e The Brutalist, oltre che essere due film meravigliosi, sono portatori di un messaggio industriale molto chiaro e preciso. La sala resta il veicolo principale di sostentamento per il cinema e il modo migliore per vivere quest’arte. E, in colpevole ritardo, sembra anche essersene accorta anche Hollywood. E Scorsese si è attivato – insieme a tanti altri – anche per le nostre di sale. Manchiamo solo noi.

Alessandro Libianchi

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