Si sente parlare di gender gap, ma esiste davvero il gender gap imprenditoriale? Assolombarda ha pubblicato uno studio che racconta la situazione in Italia relativa alle differenze tra imprenditori e imprenditrici. Ma quanto siamo lontani dalla parità? In questo caso “La parità di genere si riferisce alla parità tra donne e uomini rispetto ai loro diritti, trattamento, responsabilità, opportunità e risultati economici e sociali. La parità di genere si ottiene quando uomini e donne hanno gli stessi diritti, responsabilità e opportunità. Queste devono esserci in tutti i settori della società e quando i diversi interessi, bisogni e priorità di uomini e donne sono ugualmente valutati”.
Cos’è il gender gap imprenditoriale e quali sono i dati sull’Italia?

Lo studio analizza diversi indici. Il primo è il Global Gender Gap Index del World Economic Forum (WEF), compreso tra 0 (assenza di parità) e 1 (totale parità). Serve a misurare i divari di genere in diversi campi, come la partecipazione economica e politica, la salute e il livello di istruzione. Nel 2022 l’Italia, secondo questo indice, si collocava al 63esimo posto su 146 Paesi, restando invariato rispetto al 2021. Molto lontana dai Paesi alle prime posizioni (Islanda, Finlandia e Norvegia). Dobbiamo però tenere in considerazione diversi fattori: in termini di opportunità e di partecipazione economica l’Italia è al 110 posto, nell’ambito del political empowerment è al 40 esimo. Sempre secondo il WEF, a livello globale serviranno ancora 132 anni per il raggiungimento della parità tra uomini e donne. Ci sono però ampie differenze tra aree geografiche; per esempio l’Europa chiuderebbe il gap di genere tra 60 anni, mentre l’Asia meridionale tra 197 anni.
L’imprenditorialità al femminile
Attualmente, le donne costituiscono il 51% della popolazione italiana, e per noi il tasso di occupazione è al 49%. Ancora minori i dati sull’iniziativa imprenditoriale, ad ora limitata. Assumendo come variabile i lavoratori autonomi con dipendenti, nel 2021 l’incidenza era pari al 3,4% tra le donne in Italia, sostanzialmente invariata dal 2009 e la metà del 7,2% tra gli uomini. È questo il “gap di imprenditorialità” in linea con quello registrato in Germania e Francia. Un’altra variabile potrebbe riguardare anche i finanziamenti per l’avvio d’impresa. Qui il 12% delle donne in Italia richiede un prestito per avviare un’impresa, a confronto con il 22% degli uomini. Sono circa 10 punti percentuali, dato più alto rispetto a Francia e Germania, e pari alla Spagna. Non dimentichiamo, inoltre, che in Italia solo il 7% delle startup innovative sono esclusivamente o a maggioranza femminile. Di contro, le donne inventori sono il 9% in Italia (7% in Germania, 11% in Francia).
L’economista Marianne Bertrand afferma che “in un mondo in cui il talento è distribuito equamente tra donne e uomini, un’economia che non attinge pienamente alle capacità dei leadership delle donne è necessariamente inefficiente”. Infatti, a livello europeo le donne rappresentano il 33% dei manager. In Italia, invece, la quota scende al 28% (dato Eurostat del 2019). Consolante (più o meno) sapere che anche nei paesi più virtuosi la quota di donne manager non raggiunge mai il 50%. Ad oggi, secondo i dati Istat del 2024, meno di un imprenditore su tre è donna. Un leggerissimo cambiamento si vede dal fatto che le aziende guidate da donne stanno guadagnando sempre più rilevanza nel panorama economico nazionale. Infatti, un report di Unioncamere del 2023 stima che ad oggi ci siano circa 1,3 milioni di imprese a conduzione femminile, ovvero il 22% del totale. Che nel 2025 le cose possano cambiare ulteriormente?
Marianna Soru
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