Già ad una prima occhiata, in The Shrouds è visibilissima la poetica di Cronenberg, a cui il regista si è sempre appoggiato. La sua ossessione per il corpo, per la sostanza, la vita e la morte fisica e spirituale. Ma ampliando lo sguardo, al Cinema tutto di David Cronenberg, ci si accorge di una cosa impressionante: il regista canadese sembra non raggiungere mai una “maturazione concettuale“. Nel senso che, ogni film, sembra un espansione dei confini posti dal film precedente. Ogni pellicola di Cronenberg sempre esplorare lati della mente – e soprattutto del corpo – sempre più profondi e oscuri. In The Shrouds, infatti, il body horror e l’esplorazione della condizione umana attraverso la corporeità sono trasportati e traslati verso la morte stessa. Quel orrore corporale di cui Cronenberg è maestro diventa allora il mezzo attraverso cui egli stesso elabora il lutto, come il suo personaggio. Non è un segreto, infatti, che l’idea per questo film gli sia venuta mentre era in lutto per morte di sua moglie.

E allora il processo di elaborazione avviene attraverso il cinema e attraverso il lutto del personaggio interpretato da un Vincent Cassel truccato e pettinato per sembrare in tutto e per tutto Cronenberg. Stesso viso scavato, stessi capelli all’indietro. E quell’ossessione per il corpo che ha accompagnato il regista nel corso della sua carriera sembra qui trascendere, librarsi oltre la carnalità più pura per farsi ricordo, memoria. L’insistenza del cinema di Cronenberg sul corpo che si trasforma si fa mentale più che visivo, astratto più che carnale. E, all’inverso, l’impossibilità di lasciar andare si fa concretezza che supera il ricordo, con i sudari prodotti dal protagonista Karsh che rendono il rapporto con la morte un rapporto viscerale. Ma, come ogni grande autore, ogni grande Nome Proprio, Cronenberg parla di sé stesso e del suo cinema.

The Shrouds – Segreti sepolti è lo specchio di Cronenberg

Uno dei sudari visti in The Shrouds

Perché Karsh, produttore cinematografico, imprenditore e proprietario di cimiteri è anche l’inventore di una tecnologia che permette di vedere il processo di decomposizione di un corpo dentro una tomba attraverso dei sudari “smart” che avvolgono i corpi dei defunti. Attraverso uno schermo sulle lapidi, i sopravvissuti ai cari possono vedere il corpo del morto in diretta. Lo stesso Karsh, ancora in lutto per la morte della moglie avvenuta quattro anni prima, utilizza questa tecnologia per sentirsi ancora accanto a lei. Karsh, quindi, proprio come Cronenberg, fonda la sua carriera sui corpi e sugli schermi che si fanno osservatori di quegli stessi organismi in decomposizione. E, proprio come il regista, affronta un lutto da cui non riesce ad uscire se non proprio attraverso quello stesso display sulla lapide. Karsh è, in tutto e per tutto, nell’aspetto come nelle intenzioni, l’autore stesso.

Quando qualcuno vandalizza il cimitero tech di Karsh distruggendo le lapidi, inizia il viaggio dell’uomo dentro teorie della cospirazione e complotti. Le domande sono tante su chi possa esser stato: i cinesi con cui ha collaborato per realizzare i sudari, o gli ambientalisti islandesi che protestano contro la sua volontà di costruire un tecno-cimitero in Islanda. O ancora, un misterioso investitore ungherese che vuole portare la tecnologia a Budapest o il vecchio oncologo di Rebecca (la moglie di Karsh) che era anche un suo amante. Insieme alla sorella gemella di Becca, Terry (Diane Kruger), ossessionata dai complotti e dalle dietrologie, e a Maury, l’ex marito di Terry che ancora non ha accettato la fine del loro matrimonio, Cassell indaga su chi possa aver distrutto le lapidi e perché.

Tra i vivi e i morti

Attraverso l’indagine, attraverso una sorta di detect movie cripticissimo e labirintico, Karsh riuscirà ad elaborare il lutto della moglie. E lo farà attraverso i ricordi. I ricordi di una donna amata che non c’è più, di un corpo che si trasforma, che cambia e che perde pezzi perché un misterioso oncologo ha detto che era l’unico modo per guarire. E le ossessione cinematografiche di Cronenberg, più che in altri momenti, si condensano tutte in questi sogni e ricordi: la sessualità, le mutazioni carnali, la mente e la tecnologia si fondono, come sempre hanno fatto nel suo cinema. Perché è proprio lì che la poetica di Cronenberg può esprimersi al meglio, quando diventa astratto, oscuro e misterioso. Fatto dello stesso spettrale di cui è fatto il cinema: il dispositivo produttore di fantasmi e campo di mediazione tra i vivi e i morti, che il regista canadese mette sullo stesso piano. Non ci sono distinzioni tra i due, lo sguardo su di loro è lo stesso, perché la loro dignità, in The Shroud, è la stessa.

The Shrouds – Segreti sepolti è un concentrato delle ossessioni di David Cronenberg più che un film compiuto al cento per cento. Funziona più quando si allaccia in modo palese alla specificità cinematografica Cronenberghiana più che quando cerca di districarsi tra le maglie di un thriller che funziona abbastanza poco. Resta, in ogni caso, una riflessione enorme e preziosissima su cosa siamo diventati o cosa potremmo essere. Una visione su come la tecnologia non solo si possa fondere alla nostra carne viva, ma anche a quella morta. E, quando un maestro come Cronenberg sceglie di elaborare un lutto attraverso una pellicola, noi non possiamo che inchinarci e rimanere in silenzio.

Alessandro Libianchi

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