Quando inizia Until Dawn: Fino all’alba viene da chiedersi il perché di una scelta del genere. Il videogioco originale del 2015 è un survival horror ambientato in una casa in montagna in cui un killer e un mostro minacciano le vite di un eterogeneo gruppo di amici. Niente di narrativamente trascendentale, se non la particolarità ludica di poter compiere delle scelte che influenzano pesantemente la narrazione, fino a portare a tantissime svolte narrative diverse. E questa era la forza principale del gioco, scarno di componente ludica ma forte in quella drammatica e di ricomposizione narrativa a scelta del giocatore. E allora è inevitabile chiedersi il perché si sia scelto di adattare proprio Until Dawn per la sala cinematografica eliminando proprio quella componente che rende il videogioco un testo ergodico all’ennesima potenza. Il rischio concreto era quello di creare un classico teen horror da Infested house senza nessun tipo di originalità.
E, almeno per i primi venti minuti di Until Dawn: Fino all’alba, la via sembra proprio quella. Un gruppo di amici giovani e in forze si ritrova in una casa sperduta nei boschi braccati da un killer o una figura sinistra. Un topos abusato e più abusato, nato con quel capolavoro senza tempo che è Non aprite quella porta del ’74 fino ai più moderni The Strangers o Them – Loro sono là fuori e tanti altri ancora. E la direzione è quella con i protagonisti che finiscono sotto i colpi di un inquietante gigante assassino invulnerabile ai colpi. Ma, uno dopo l’altro, muoiono come mosche ed è il primo campanello d’allarme che qualcosa non va come dovrebbe andare. Ed infatti, è proprio qui che Until Dawn: Fino all’alba assesta il suo colpo. Prende il canovaccio di una forma di horror stereotipata per rovesciarla completamente, strizzando l’occhio allo spettatore.
Until Dawn: Fino all’alba: loop

Un gruppo di ragazzi (Clover, Max, Nina, Megan e Abel) si recano nella valle in cui Melanie, la sorella di Clover, è sparita l’anno precedente. I cinque si fermano in una casa apparentemente abbandonata per proteggersi da una pioggia torrenziale. È lì che i giovani vengono prima inseguiti e poi uccisi da un misterioso assassino, per poi risvegliarsi di colpo pochi istanti prima della loro morte. Capiscono che sono intrappolati in un loop temporale e iniziano a capire il funzionamento della casa e l’intreccio dietro questo evento. Una casa infestata, una cittadina scomparsa nel nulla e un misterioso psichiatra sono gli ingredienti del mistero. La loro unica via di fuga è quella di sopravvivere fino all’alba, altrimenti la notte li inghiottirà una volta finiti i tentativi.
Until Dawn: Fino all’alba, chiariamo subito, non mette in scena niente di nuovo. Quello del loop temporale è un topos usato in lungo e in largo dal cinema horror o fantascientifico. Ci aveva già pensato Tom Tykwer con Lola corre nel 1998 o ancora Duncan Jones con Source Code nel 2011, Edge of Tomorrow – Senza domani di Doug Liman nel 2014 o Auguri per la tua morte di Christopher Landon del 2017. Niente di nuovo, insomma, ma che qui acquista una nuova funzione meta-narrativa. Gary Dauberman, sceneggiatore dietro gli IT moderni e Annabelle, prende in prestito la componente principale del videogioco, dell’atto ludico del muori, impara e ripeti applicandola direttamente al film. Una meccanica già impostata da Lola corre che qui assume un significato diverso, più profondo visto il materiale originale. Qui diventa capacità non solo di adattare cinematograficamente una narrazione, ma anche una caratteristica puramente del gioco. Uno scarto rispetto alla matrice originale e rispetto al genere che rendono Until Dawn un film davvero interessante sotto questo punto di vista.
Ludico e narrativo
Da un altro punto di vista, però, c’è da considerare la materia su cui questo scarto cinematografico lavora. E, andando avanti con il film, ci si rende conto che narrativamente parlando, Until Dawn: Fino all’alba non brilla particolarmente. Anzi, sembra regredire a favore di una visualità e spettacolarità. L’horror si fa sempre più intenso, duro, fino a diventare splatter puro e ad esplodere (letteralmente) per farne l’unica motivazione per rimanere in sala. Lo spavento si fa gioco e la matrice ludica prende il sopravvento su quella narrativa fino a schiacciarla. Il filo del senso si perde piano piano fino quasi a scomparire in favore di un divertimento da popcorn e salti sulla sedia. Anche grazie alla più vecchia delle formule, quella del jumpscare, qui costruita non in favore di un culmine alla fine di un’ansiogena paura, ma come mero simulacro orrorifico per lo spettatore che, proprio come in un videogioco o in una casa degli orrori in un parco a tema, aspetta il prossimo spavento con trepidante attesa. Questo senso di gioco, quindi, Until Dawn: Fino all’alba lo assorbe completamente dimenticandosi per strada l’intreccio ma arrivando lo stesso a compimento di un horror da Popcorn fatto e finito.
Alessandro Libianchi
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