Durante la loro esibizione al Concerto del Primo maggio in Piazza San Giovanni, i Patagarri hanno cantato il brano ebraico Hava Nagila. Il frontman del gruppo, Francesco Parazzoli, ha introdotto la canzone con queste parole: «Quando abbiamo scoperto la storia di questo brano, che risale al 1917 e che è legata alla legittimazione delle prime comunità ebraiche in Palestina, abbiamo capito che l’unico modo per suonarlo oggi era accompagnarlo con un messaggio chiaro. Palestina libera». Il supporto al popolo palestinese ha raccolto diversi consensi, ma ha scatenato la violenta reazione della Comunità Ebraica di Roma. Il presidente Victor Fadlun, in particolare, li ha attaccati duramente.

Dopo un iniziale silenzio, i Patagarri hanno scelto di rispondere alle polemiche attraverso un post su Instagram. «Siamo esseri umani che non riescono a stare in silenzio di fronte alla morte e alla distruzione. Musicisti che hanno imparato dalla musica a cercare quello che unisce e non quello che divide, a far funzionare un insieme composto da diversità. Abbiamo suonato una canzone della tradizione ebraica, che da tempo fa parte del nostro repertorio e ne fa parte perché noi non siamo mai stati contro una popolazione o l’altra. Ma abbiamo sentito la necessità di privarla del testo originario, che parla della gioia di stare insieme, per sottolineare che da troppo tempo, nel Medio Oriente, quella gioia non esiste più», si legge nel messaggio.

Il messaggio dei Patagarri

Continua il post: «Abbiamo così voluto testimoniare le storie dei civili, cioè di chi paga il prezzo più alto durante la guerre, perché vittime innocenti. Qualsiasi report internazionale sottolinea che il prezzo in termini di morti, feriti, mutilati che la comunità palestinese sta pagando in seguito alla guerra è inaccettabile. Con la nostra testimonianza non abbiamo fatto altro che ribadire dati oggettivi. A chi ha definito la nostra esibizione di ieri macabra rispondiamo che per noi macabro è un mondo nel quale migliaia di bambini vengono ammazzati. Gli ospedali bombardati. I civili sterminati».

La nota si chiude con una considerazione finale: «Un mondo nel quale chi chiede la pace viene accusato di creare divisioni e di generare odio antisemita. Mettiamoci allora d’accordo su quali sono le parole giuste per chiedere che i bambini non muoiano più, che gli ospedali non vengano più bombardati, senza essere accusati di invocare la distruzione del popolo israeliano, senza finire in questa trappola retorica dell’antisemitismo, accusati per tramite di sofismi insopportabili, mentre la gente continua a morire».

Federica Checchia

Seguici su Google News