In Mali la giunta militare sospende le attività politiche. L’opposizione invoca il ritorno all’ordine costituzionale mentre il regime si chiude in una deriva sempre più autoritaria.
In Mali, la democrazia è stata messa ufficialmente in pausa. Il 7 maggio la giunta militare al potere ha decretato la sospensione di tutte le attività politiche “per motivi di sicurezza”, estendendo il divieto anche alle associazioni “che svolgono attività di natura politica”. A firmare il provvedimento è stato il capo della giunta, Assimi Goita, già al centro della scena politica maliana dopo i due colpi di Stato che, nel 2020 e nel 2021, hanno messo fine alla fragile esperienza democratica del paese dell’Africa occidentale.
Un decreto che sa di repressione
Il provvedimento giunge in un clima già segnato da tensioni crescenti. Solo pochi giorni prima, l’opposizione aveva lanciato un appello a manifestare il 9 maggio contro il possibile scioglimento dei partiti e per chiedere la fine della transizione militare entro dicembre 2025. Una richiesta che suona come un tentativo di riportare il Mali su un binario costituzionale dopo anni di gestione autoritaria e proroghe indefinite del potere militare.
Il 30 aprile, la giunta aveva già abrogato la legge sui partiti politici, una mossa che molti giuristi hanno interpretato come il primo passo verso l’abolizione del pluralismo. In risposta, i principali partiti si erano uniti in una coalizione comune, segnale raro di compattezza politica in un paese dove la frammentazione è spesso stata funzionale al controllo del potere.
Mali, giunta militare e un popolo che tenta di farsi sentire
Nonostante la repressione e i rischi connessi al dissenso, centinaia di persone sono scese in piazza a Bamako il 3 maggio, scandendo slogan come “Viva la democrazia, abbasso la dittatura”. Un atto di coraggio che rompe il silenzio imposto negli ultimi anni da un regime che ha progressivamente normalizzato l’autoritarismo sotto il pretesto della sicurezza nazionale.
Nel 2024, il governo aveva già sospeso temporaneamente i partiti per tre mesi. Ora il decreto firmato da Goita non ha scadenza. E mentre si dichiara il blocco della politica, il potere lavora per consolidarsi: una consultazione nazionale organizzata dal regime a fine aprile, boicottata dall’opposizione, ha raccomandato di abolire definitivamente i partiti politici e di nominare Goita presidente con un mandato quinquennale rinnovabile, senza elezioni.
Mali, giunta militare e sospese le attività politiche: come andrà?
Dal 2012 il Mali è attraversato da una crisi profonda, aggravata dalla presenza di gruppi jihadisti affiliati ad Al-Qaeda e allo Stato islamico, che controllano vaste aree del territorio. È in nome di questa minaccia che la giunta giustifica l’autoritarismo crescente. Ma secondo molti analisti, il rischio vero oggi è l’instaurazione di un regime personalistico, in cui la sicurezza diventa lo schermo per reprimere ogni forma di dissenso.
Con la rottura del rapporto con la Francia e il progressivo avvicinamento alla Russia e al gruppo Wagner, il Mali ha imboccato un percorso di isolamento democratico, nel solco di altri paesi del Sahel governati da giunte militari: Burkina Faso, Guinea, Niger. La sospensione delle attività politiche in Mali è un nuovo colpo alla già fragile democrazia africana, e segna un punto di svolta per la transizione che, in teoria, avrebbe dovuto accompagnare il paese verso nuove elezioni. Al contrario, sembra consolidarsi un potere militare permanente, impermeabile alle pressioni interne e sempre più distante dalla popolazione civile.
In un continente dove la sicurezza viene sempre più usata come giustificazione per comprimere le libertà politiche, la lotta per il ritorno all’ordine costituzionale diventa una questione di sopravvivenza democratica.
Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine





