La storia produttiva del franchise di Final Destination è molto lunga e fortemente transmediale. sei film, dieci romanzi e due storie a fumetti compongono un ecosistema narrativo decisamente più profondo di quanto non siano le sue singole parti. Tutto ha inizio con James Wong, uno degli sceneggiatori che sedeva nella writer’s room di X-Files, a cui Jeffrey Reddick, lo scrittore dei primi due film, propone il concept del primo Final Destination proprio per un episodio della serie. La New Line Cinema coglie la palla al balzo, acquista lo spec script (una sceneggiatura non commissionata) e mette alla regia del primo film proprio lo stesso James Wong. Ovviamente, il successo al botteghino è assicurato, soprattutto in un periodo come i primi 2000 dove il teen-horror dominava le sale. Un po’ meno quello critico, con la prima pellicola stroncata e considerata decisamente troppo piatta.

Ma è il successo di pubblico a comandare, ed ecco che Final Destination diventa un franchise lungo 25 anni. E Final Destination Bloodlines, l’ultimo capitolo della saga in uscita il 15 maggio diretto da Zach Lipovsky e Adam Stein, non cambia decisamente le carte in tavola. La formula rimane sempre la stessa: la morte non solo come presenza costante ma anche come killer da slasher, personaggio presente e pressante essa stessa. Non fa niente di nuovo, costruendo un film quasi a immagine e somiglianza per le scelte narrative rispetto ai precedenti. Costruzione, svolgimento e finale rimangono invariati nella formula e nella sostanza, così come l’essere esasperatamente un Grand Guignol cinematografico. E allora Bloodlines riesce a porsi in un’antro che gli altri film della saga avevano sostanzialmente quasi sempre evitato: non è più la morte che fa visita ad aeroporti o montagne russe, ma la morte che bussa alla porta di casa.

Final Destination Bloodlines: sfuggire alla morte

La studentessa universitaria Stefani è tormentata da degli incubi ricorrenti in cui, negli anni sessanta, una coppia di futuri sposi muore in modo brutale. Esasperata dalle notti insonni, decide di tornare a casa dal collage nel tentativo di ritrovare un po’ di serenità. Ma è proprio lì che avviene la scoperta: la donna nei suoi sogni è sua nonna Iris, sopravvissuta a quell’incidente e ora eremita in una casa in mezzo ai boschi con la paura costante della morte. Il sogno è in realtà una visione di come sarebbero dovute andare le cose e, visto che Iris è riuscita a sfuggire alla morte e non sarebbe dovuta rimanere in vita, la morte stessa la sta cercando. Tutta la famiglia è in pericolo e, prima o poi, la fine busserà alla porta.

La macchina di Rube Goldberg che la saga di Final Destination mette in scena in ogni sua pellicola funziona anche in Bloodlines. Una monetina che finisce nel posto sbagliato, un vetro rotto o una radio troppo alta possono diventare tutte armi in mano alla morte, che tira le fila del suo piano per distruggere la famiglia di Stefani e di Iris. E, come in ogni capitolo, gli spettatori hanno la falsa speranza che i protagonisti possano salvarsi. Ma è una speranza vacua perché, proprio come spiega un personaggio ricorrente nella saga, la morte colpisce più duro quando tenti di fermarla. E proprio sul citazionismo e lo strizzare l’occhio al pubblico più affezionato che Bloodlines funziona bene: William Bludworth (Tony Todd) fa il suo ritorno nella saga per spiegare come sia riuscito a sopravvivere per tutti questi anni e ampliare il macrocosmo di Final Destination.

Il cerchio della morte

Bloodlines funziona, quindi, su più livelli. Da un punto di vista, è pane per i denti degli affezionati alla saga perché, oltre ai meccanismi collaudati, riesce a portare avanti efficacemente una narrazione che rischiava di risultare un more of the same. Su uno superficiale, invece, è la dimostrazione di come violenza e morti atroci rimangano il marchio di fabbrica della divertentissima saga di Final Destination (o spaventosissima, dipende dai punti di vista). Non abbandona la via strutturale dal franchise: l’illusione della sopravvivenza, il mito di Cassandra trasposto in chiave orrorifica e la cosmologia mortifera sono le colonne portanti della pellicola. E Zach Lipovsky e Adam Stein questo lo sapevano bene: registicamente Final Destination Bloodlines verte in tutto e per tutto sulla rappresentazione, più dettagliata possibile, della crudeltà della morte. Non c’è spazio per uno sguardo lontano o appena accennato, è tutto mostrato nei minimi, terrificanti, dettagli. E non c’è posto per l’interpretazione e la speranza: c’è solo la curiosità di scoprire quale sia il modo più assurdo in cui i personaggi possano morire. Ma è esattamente questo che si chiede ad un degno capitolo di Final Destination.

Alessandro Libianchi

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