Una sentenza che permette alle coppie lesbiche di avere figli all’estero: una svolta per di diritti?
Un passo avanti per l’uguaglianza genitoriale in Italia. La Corte costituzionale ha stabilito che è illegittimo non riconoscere automaticamente come genitrice la madre non biologica in una coppia di donne che ha avuto un figlio attraverso procreazione medicalmente assistita all’estero. Una decisione che apre un nuovo scenario per le famiglie omogenitoriali, finora costrette a lunghi e incerti percorsi di adozione.
Il diritto del minore al centro della sentenza
Secondo la Corte, il mancato riconoscimento immediato della madre non biologica lede diritti fondamentali del minore. Tra questi: l’identità personale,il diritto a uno status giuridico certo e stabile fin dalla nascita, e soprattutto il diritto alla tutela derivante dalla responsabilità genitoriale di entrambe le madri.
Questa affermazione mette in primo piano il principio dell’interesse superiore del minore. Esso era già centrale nel diritto internazionale, ma è ora richiamato come fondamento per correggere una grave lacuna del sistema giuridico italiano.
La sentenza per le coppie lesbiche e l’odissea della stepchild adoption sui figli
Fino a oggi, la madre non biologica doveva ricorrere alla stepchild adoption, cioè l’adozione del figlio della partner, un iter riservato a casi particolari. Si tratta di un processo che può durare anni e comporta stress emotivo, costi economici e una temporanea insicurezza giuridica per il bambino o la bambina. La sentenza della Corte mette in discussione questo percorso obbligato, considerandolo non più compatibile con la tutela dei diritti dei minori.
Negli anni scorsi, alcune amministrazioni comunali (durante quella che fu chiamata “la primavera dei sindaci”, attorno al 2018) avevano riconosciuto i figli di coppie lesbiche direttamente all’anagrafe. Il tutto inserendo entrambe le madri nei certificati di nascita. Fu una pratica poi ostacolata da sentenze della Cassazione. Più recentemente, fu ostacolata da un orientamento politico esplicitamente ostile da parte del governo Meloni, che ha interrotto il riconoscimento diretto e autonomo da parte dei Comuni.
Una sentenza che riguarda (solo) le madri lesbiche e i figli
È importante sottolineare che la sentenza riguarda esclusivamente le coppie di madri e non si estende alle coppie di uomini che hanno figli attraverso gestazione per altri (GPA). In Italia la GPA è vietata e recentemente è stata anche resa penalmente perseguibile se praticata all’estero. Questo contesto ha influito profondamente sulle scelte politiche e giurisprudenziali degli ultimi anni.
Nel caso delle coppie di donne, invece, la gravidanza è portata avanti da una delle due partner, con fecondazione tramite donazione di gameti maschili, rendendo il ricorso alla GPA del tutto assente. La decisione della Corte costituzionale rappresenta una conquista parziale ma fondamentale per i diritti delle famiglie LGBTQIA+ in Italia. Pur non affrontando il nodo più ampio della genitorialità nelle coppie omosessuali, sancisce con chiarezza un concetto. Il concetto che non è più ammissibile ignorare chi cresce, accudisce e ama un figlio solo perché non l’ha partorito. In un clima politico sempre più ostile, questa sentenza riafferma il primato della Costituzione e dei diritti delle persone, in particolare dei più piccoli, contro discriminazioni che non trovano più alcuna giustificazione giuridica o etica.
Una svolta parziale, ma significativa
Questa sentenza non è solo una vittoria giuridica. Essa è un argine simbolico contro l’ondata repressiva che sta tentando di ridefinire, dall’alto e con violenza simbolica, cosa significhi essere famiglia in Italia. In un paese dove ogni diritto LGBTQIA+ viene ridotto a “capriccio ideologico”, dove si usa la gestazione per altri come spauracchio per impedire anche la registrazione di chi nasce, questa decisione ci ricorda che la Costituzione non è proprietà della maggioranza politica del momento. E che i bambini e le bambine non sono strumenti di propaganda.
Non riconoscere chi cresce e ama un figlio solo perché è donna, e non ha partorito, è un atto sessista, omolesbobitransfobico, e profondamente disumano. La Corte ha parlato. Ora tocca alla società (e a chi scrive, racconta e resiste) farne una leva per un cambiamento reale. Perché se i diritti dei bambini vengono subordinati al moralismo ideologico, allora sì: siamo noi quelli dalla parte giusta della storia.
Maria Paola Pizzonia





