Ieri, 26 maggio, in Giappone è entrato in vigore un regolamento volto a limitare la pratica dei cosiddetti nomi kira-kira (lett. “scintillanti”, perché brillano di originalità), ovvero quei nomi di battesimo con pronunce diverse da quella canonica. Nella lingua giapponese, i caratteri utilizzati per questo tipo di parole sono i kanji; per ognuno di essi, esiste una serie di pronunce possibili, e non è raro che siano estremamente diverse fra loro. Nel caso dei kira-kira, la pronuncia scelta dai genitori è davvero peculiare e, molto spesso, fa riferimento alla cultura pop.

La nuova legge introduce delle pronunce fonetiche standard alle quali occorrerà attenersi; i neogenitori dovranno comunicare alle autorità quella da loro selezionata. È prevista una certa flessibilità, e sono permessi nomi particolari, purché legati a usi comuni dei caratteri.

Il fenomeno dei nomi kira-kira, nati per combattere le pressioni sociali

La pratica dei nomi kira-kira si è diffusa a partire dagli anni Novanta, in reazione alle imposizioni governative su usi e costumi della popolazione. In Giappone, la pressione collettiva sugli individui per far sì che tutti aderiscano ai canoni condivisi dalla società è molto presente. I cittadini devono stare attenti a come si comportano in pubblico, all’abbigliamento adatto per ogni occasione d’uso e a tante altre sfaccettature della quotidianità.

Anche scegliere il nome di un nascituro è, a suo modo, una questione sociale; si tende infatti a “pescare” dalla tradizione, o comunque ad attenersi a nomi consolidati e riconoscibili. Da un punto di vista legale, inoltre, esistono 2.999 kanji tra i quali è possibile scegliere i caratteri con cui iscrivere nel registro famigliare il bambino; i kira-kira sono nati proprio per contrastare questo appiattimento.

Federica Checchia

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