Il tribunale di Firenze ha formalmente chiesto alla Corte Costituzionale di dichiarare se sia legittimo o meno impedire a un medico di somministrare a un paziente un farmaco per farlo morire. In questo caso specifico, il paziente non può somministrarselo da solo, essendo impossibilitato da una malattia irreversibile e del tutto invalidante. Per la prima volta, dunque, i giudici dovranno esprimersi riguardo all’eutanasia.

Fino ad oggi, il loro intervento era limitato all’ambito del suicidio assistito, pratica in cui la persona malata si autosomministra il farmaco per morire. In poche parole, la Corte sarà chiamata a decidere se un individuo avente i requisiti per accedere al suicidio assistito possa ricorrere o meno anche all’eutanasia, nel caso in cui non sia in grado di agire per proprio conto.

Eutanasia: il caso sottoposto alla Corte Costituzionale

Il “caso” che ha dato il via a tutto riguarda una donna toscana di cinquantacinque anni, affetta da una forma avanzata di sclerosi multipla e paralizzata dal collo in giù. La paziente dipende totalmente dai suoi caregiver, che si occupano di nutrirla, lavarla e assisterla nella quotidianità. La donna possiede i requisiti necessari per richiedere il suicidio assistito: è capace d’intendere e di volere, ha una patologia irreversibile che le provoca sofferenze fisiche e psicologiche ritenute intollerabili e, soprattutto, è tenuta in vita da «trattamenti di sostegno vitale».

Ðate la sua condizione di paralisi, tuttavia, la paziente non è in grado di somministrare a se stessa il farmaco, già selezionato. Avrebbe dunque bisogno dell’aiuto pratico di un medico che, allo stato attuale delle cose, rischierebbe dai sei ai quindici anni di detenzione. A seguire l’iter è l’associazione Luca Coscioni, che si occupa di libertà di scelta sul cosiddetto “fine vita”; è stata proprio l’organizzazione a sollevare una questione di legittimità costituzionale sull’articolo che vieta, di fatto, l’eutanasia.

Federica Checchia

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