«Se in passato le donne senza al fianco una figura maschile non avevano libertà, oggi per fortuna ci siamo sottratte anche a questa forma di controllo nello spazio pubblico da parte del mondo maschile». Con queste parole, la sociologa della cultura Carmen Leccardi, professoressa emerita dell’Università Bicocca di Milano, ha offerto la sua interpretazione delle discoteche “women only”, una realtà esistente da diversi anni ma che, negli ultimi tempi, si è diffusa su larghissima scala, arrivando anche in Italia.
L’idea, in sé, è molto semplice: si tratta di serate pensate per le donne, dedicate alle donne, destinate solo alle donne. La scelta musicale non è diversa da quelle tradizionali: pop, rock, elettronica, revival. A cambiare totalmente, però, è l’atmosfera. Gli uomini non sono ammessi nei locali e questo, per molte, viene vissuto come una liberazione. Niente palpeggiamenti indesiderati, niente approcci non voluti, nessun pericolo di molestie.
Come funzionano le discoteche “women only”
Anche gli orari, in realtà, differiscono da quelli delle discoteche standard. Si comincia a ballare intorno alle sei di pomeriggio, quando ormai l’happy hour incombe, e ci si trattiene oltre il calar del sole, ma quasi mai dopo le ventidue. Questo tipo di eventi, infatti, è stato pensato appositamente per andare incontro alle esigenze e alle tempistiche di donne che faticano a barcamenarsi tra lavoro, impegni personali, un’eventuale famiglia e dei figli e che, a causa della frenesia quotidiana, di rado riescono a ritagliarsi un’ora di svago.
Non a caso, uno dei progetti più noti, nato negli Stati Uniti, si chiama Earlybirds Club, e il loro motto è: «a dance party for ladies with shit to do in the morning». La “risposta” italiana nasce da un’iniziativa di Francesca Fiore e Sarah Malnerich, autrici e fondatrici di “Mamma di Merda”, e prende il nome di “Non farcela party”.
Le discoteche women only sono, per le donne, quello che attività come il famoso calcetto o le riunioni del Fantacalcio rappresentano per gli uomini. Sono, cioè, un’occasione di svago e di condivisione con persone appartenenti allo stesso genere. Tempo di qualità da trascorrere con le amiche, per divertirsi in modo sicuro e passare una manciata di ore senza dover fare i conti con responsabilità e incombenze varie.
La “questione” maschile
Nulla di male in tutto questo, anzi. Prendersi cura del proprio benessere psicofisico è un diritto sacrosanto, ed è più che giusto che ogni donna reclami ciò che le spetta. A destare qualche perplessità, piuttosto, è il tema della “sicurezza”. Azzerare la presenza maschile in questa tipologia di serate, infatti, può funzionare solo in modo parziale, e non elimina il problema di fondo, ovvero la resistenza di alcuni uomini a incassare un “no”.
Limitare loro l’accesso può sicuramente farci sentire momentaneamente più tranquille. In questa maniera, però, educare i ragazzi all’importanza del consenso e al rispetto verso le donne diviene ancora più difficile. Imparare a coesistere pacificamente, anche in spazi dedicati al divertimento, come appunto le discoteche, sarebbe la soluzione ideale. Purtroppo, però, i fatti di cronaca ci insegnano ogni giorno quanto questa “coabitazione” sia ancora un miraggio. Nel frattempo, dunque, si fa quel che si può. Che peccato, però.
Federica Checchia
Seguici su Google News





