Ormai mancano pochissimi giorni all’uscita della terza stagione -quella conclusiva- della famosissima e amatissima serie sudcoreana Squid Game. Gli ultimi episodi, disponibili su Netflix dal 27 giugno, sveleranno il destino di Seong Gi-hun, alias Giocatore 456, e degli altri partecipanti alla nuova edizione dei giochi. In attesa di assistere allo scontro finale tra il protagonista e il Frontman, che nella stagione precedente aveva ingannato tutti, fingendosi uno degli agnelli sacrificali selezionati per il divertimento degli spettatori, continuano le voci su una possibile versione statunitense del telefilm.

Secondo il portale d’informazione Deadline, a curare il progetto sarà nientemeno che David Fincher, regista, tra gli altri, di film come Seven e Fight Club. Non si hanno ancora notizie certe a riguardo, e sembra che l’idea sia ancora lontana dalla propria concretizzazione. Stando alle indiscrezioni, non si tratterebbe di un remake, ma di un vero e proprio spin-off, ambientato negli Stati Uniti.

Uno Squid Game a stelle e strisce potrebbe snaturare l’anima della serie

La terza e ultima stagione di Squid Game uscirà il 27 giugno

Il sottobosco distopico che anima Squid Game, dunque, potrebbe trovare una nuova dimora nel Nuovo Continente. L’idea di base sarebbe quella di creare una versione parallela dei giochi mortali sudcoreani, con personaggi originali e nuove storyline, da adattare alla realtà americana. Non ci sono ancora conferme e smentite in merito allo sviluppo della serie, e alcuni fan nutrono qualche perplessità circa la sua riuscita.

Il punto di forza della versione originale, al di là della sua teatralità e della perfidia che la caratterizza, è l’analisi impietosa della Corea del Sud. Quello che viene mostrato è un Paese dalle fortissime incongruenze, in cui la spaccatura tra ricchi privi di scrupoli e poveri disposti a tutto per sopravvivere sembra insanabile. I giochi non si limitano a sottoporre i partecipanti a prove fisiche estenuanti; manipolano la loro psiche, sfidano i limiti dell’autoconservazione e si fanno beffe del dolore.

È il tessuto sociale di Seoul e del resto della nazione a rendere speciale Squid Game; in un rimaneggiamento americano, questa poetica crudeltà potrebbe perdersi. Per far funzionare l’adattamento, occorrerebbe cancellare quanto è stato già mostrato dalla serie madre, e concentrarsi sulle ipocrisie e sulle problematiche dell’America di oggi. I moderni USA, dopotutto, sono ben lontani dall’essere la terra dei sogni che, forse, erano un tempo, e la cronaca ce lo dimostra ogni giorno, e ci sarebbe molto da sviscerare e da raccontare. Se così strutturato, il progetto potrebbe far leva sulla disintegrazione dell’American Dream, e avrebbe senso di esistere. In questo caso, però, cosa resterebbe dell’anima di Squid Game?

Federica Checchia

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