Nell’analisi di una pellicola, al di là dei valori oggettivi da dover necessariamente considerare nell’economia critica, c’è un elemento da tenere sempre presente e in considerazione nel valore di giudizio: l’anima. Un film non perfetto tecnicamente, lacunoso o con evidenti mancanze può emergere grazie alla sua anima, alla sua capacità di attecchirsi allo spettatore e non andare via, la sua unicità irripetibile. Bene, nel caso di 28 anni dopo – che di lacune ne ha veramente poche -, di anime ce ne sono due, che dividono il film in due parti pressoché uguali, equivalenti. 28 anni dopo è il terzo capitolo del franchise creato da quei due geni di Danny Boyle e Alex Garland nell’ormai lontano 2002 con 28 giorni dopo, a cui seguì un meno fortunato 28 settimane dopo diretto da Juan Carlos Fresnadillo. Questo ultimo capitolo della saga, già in sala, darà il via ad una nuova trilogia, che dovrebbe chiudere per sempre il discorso sul virus della rabbia che colpisce l’Inghilterra (ma con Hollywood mai dire mai).
Danny Boyle sceglie deliberatamente questa doppia via: se nella prima riecheggiano i richiami al suo film originale, nella seconda scendiamo in un vortice fatto di umanesimo (anch’esso, in realtà, elemento portante del primo), speranza e ricordo. Sarà il dottor Kelson (Ralph Fiennes) a ricordare la locuzione “Memento Mori“, “ricorda la morte“, e “Memento Amoris“, “ricordati di amare“, in uno dei momenti più emotivi della pellicola, al giovane Spike: è importante saper accettare la morte attraverso il ricordo e che l’amore non svanisce neanche con la morte. Un messaggio di speranza – in pieno stile Alex Garland – all’interno di una civiltà al collasso. Ma, tra un ricordo e un rito funebre, Boyle e Garland riescono anche a parlare di Brexit, isolazionismo, paura per il diverso ed evoluzione. A testimonianza del fatto che la loro saga abbia sempre messo al centro una cosa: noi.
28 anni dopo: Memento Mori

La Gran Bretagna è ormai diventata un’isola in quarantena perenne: il virus della rabbia sfuggito dai laboratori nel primo film è stato contenuto in tutto il mondo e l’isola inglese è stata lasciata al suo destino, britannici annessi. Sull’isola di Lindisfarne vivono il giovane Spike insieme a suo padre Jamie (Aaron Taylor-Johnson) e la madre malata Isla (Jodie Comer), costretta a letto da diversi vuoti di memoria ed episodi schizofrenici causati da una malattia sconosciuta. I tempi sono maturi e per Spike si profila davanti a lui un “battesimo del fuoco” con la sua prima uscita verso la terraferma alla ricerca di provviste. Proprio lì scopre dell’esistenza di un fantomatico dottore, considerato ormai un pazzo, che potrebbe curare la madre. Andando contro ogni avvertimento di un padre che definire disfunzionale è dire poco, parte in solitaria – con mamma inferma annessa – alla ricerca di questo medico.
28 anni dopo è sostanzialmente un coming-of-age diviso in due porzioni ben distinte. Nella prima, Spike impara a sopravvivere in un mondo post-apocalittico, impara che l’umanità non è più la specie più dominante (almeno sul “pianeta” Gran Bretagna) e che è regredita ad uno stato quasi medievale. Nella seconda, invece, il suo viaggio diventa spirituale. Deve fare i conti con la morte, con la necessità di saperla accettare quando arriva. Ma anche il valore dell’amore reciproco, vero baluardo che tiene in piedi l’umanità intesa come carattere essenziale dell’uomo. E che il Memento Mori non cancella mai il Memento Amoris, perché le due cose possono coesistere. E Boyle costruisce questo percorso attraverso una regia solidissima e, come a suo solito, molto sperimentale. Attraverso l’uso di diversi IPhone costruisce una regia dinamica e costruita come se fosse una sorta di found footage, una macchina a mano costante e che segue i personaggi, figlio della volontà di sperimentalismo estremo (l’uso di 15 diversi IPhone per le “carrellate fotografiche” efficacissime ne sono la riprova).
Memento Amoris
Ma è anche e soprattutto il montaggio a saperci guidare. Il parallelismo costante tra le azioni di questo sparuto numero di sopravvissuti e le immagini di battaglie medievali non potrebbero essere più esplicative di quanto la civiltà sia regredita fino ad una forma pre-industriale. Ed è leggibile un riferimento ai tempi che viviamo, con un’Inghilterra isolazionista e isolata in sé stessa, ritornata indietro di fin troppi anni. Solo la capacità di tagliare il cordone ombelicale che tiene legato Spike alla sua isola – e “uccidere” il padre in senso freudiano -, unito alla capacità di saper riconoscere l’amore nelle sue folli forme – anche gli infetti, gli zombie si sono evoluti e sembrano star iniziando a provare sentimenti l’uno verso l’altro in diverse occasioni – possono dare la libertà ad un ragazzino incastrato in un civiltà atavicamente regredita. E non è un caso che il film si apra e si chiuda (in una scena molto alla Edgar Wright) con un’altra figura, un bambino ormai cresciuto che 28 anni prima, proprio durante lo scoppio della pandemia, non ha mai conosciuto quell’Amoris che ha permesso a Spike di diventare grande.
Alessandro Libianchi
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