Viviamo nel tempo dell’intelligenza artificiale, ma non sappiamo più gestire quella emotiva. La nostra società è caratterizzata da un analfabetismo emotivo diffuso: non sappiamo più dare un nome alle emozioni, né riconoscerle negli altri e, soprattutto, non ci interessa più capirle. Guardiamo solo al nostro orticello.

Un individualismo radicato ha preso sempre più piede, tralasciando il senso di comunità, di unione, di aiuto, di forza collettiva.

L’intelligenza emotiva è ormai assente in tutti i contesti quotidiani: nelle relazioni, nelle scuole, nelle famiglie, nei luoghi di lavoro.

Cos’è l’intelligenza emotiva


Il concetto di intelligenza emotiva è stato definito dallo psicologo Daniel Goleman negli anni ’90 e si basa sull’idea che le emozioni giochino un ruolo cruciale nel modo in cui pensiamo, prendiamo decisioni e interagiamo con gli altri.

L’intelligenza emotiva è alla base della nostra autoconsapevolezza, autoregolazione, motivazione, empatia e abilità sociali.

L’empatia, in particolare, è la capacità di comprendere le emozioni degli altri, di “mettersi nei loro panni” — qualcosa che, oggi, manca sempre di più.

Siamo troppo concentrati a giudicare senza filtri e senza riflessione ciò che vediamo, sentiamo e chi incontriamo, piuttosto che cercare di capire il perché di certi comportamenti, parole e atteggiamenti.

Questo menefreghismo ci conduce verso una società fredda, spoglia di emozioni positive, e piena di pregiudizi e giudizi.

Basta osservare come comunichiamo oggi: dialoghi che diventano scontri, commenti online pieni di rabbia e sarcasmo, incapacità di ascoltare davvero l’altro senza interrompere o giudicare. Le relazioni si fanno fragili, superficiali, basate sull’apparenza più che sulla connessione.

Intelligenza emotiva nei bambini

Fin da piccoli ci viene insegnato a essere “bravi”, “forti”, “intelligenti”, ma non viene data importanza né educazione al conoscere, vivere e accettare le emozioni.

Le emozioni vengono spesso viste come una debolezza, qualcosa da reprimere o da nascondere. “Non piangere”, “non arrabbiarti”, “non essere così sensibile”.

Questo tipo di educazione emozionale crea adulti che non sanno riconoscere quello che provano e, quindi, finiscono per agire d’impulso, ferendo o chiudendosi in se stessi.

Manca un lavoro profondo sulle radici culturali dell’intelligenza emotiva, che ancora oggi, nelle scuole non viene insegnata. Aspetti che vengono trascurati nel percorso educativo, lasciando mancanze che si traducono in atteggiamenti disfunzionali, aggressivi o violenti.

Individualismo ed empatia

L’individualismo radicato ci ha convinti che “ce la dobbiamo fare da soli”, che chiedere aiuto è un segno di debolezza e che mostrarsi vulnerabili ci rende meno apprezzabili.

L’empatia, che richiede comprensione dell’altro, è spesso considerata inutile, a favore di un individualismo molto più valorizzato.

Laddove un tempo esisteva un “noi”, oggi c’è solo un “io” che difende il proprio spazio, i propri interessi, i propri bisogni.

Ma senza empatia, la società si svuota di umanità.

Giorgia Torresin