Cosa sapere sui rapimenti avvenuto nell’orfanotrofio di Haiti. Nella notte tra sabato e domenica, nove persone sono state rapite dall’orfanotrofio Sainte‑Hélène a Kenscoff, nella periferia di Port‑au‑Prince. Tra loro ci sono otto adulti (tra cui la missionaria irlandese Gena Heraty, direttrice della struttura) e un bambino di tre anni con disabilità. L’assalto è stato pianificato: i rapitori hanno sfondato una parete, senza sparare un colpo, e hanno portato via i sequestrati mentre la struttura ospitava circa 270 bambini. Nessuna richiesta di riscatto è stata formulata finora, ma è stata concessa una sola telefonata dalla missionaria.

Le autorità locali parlano di un’azione “prevista ma brutale”, un segnale drammatico del fatto che bande armate come il gruppo Viv Ansanm stanno espandendo la loro presa su zone un tempo relativamente tranquille, come Kenscoff. Le organizzazioni umanitarie hanno già sospeso tutte le attività in Haiti finché la sicurezza non sarà garantita.

Rapimenti all’orfanotrofio: dobbiamo capire il contesto di Haiti

Haiti occupa metà dell’isola di Hispaniola, nel cuore dei Caraibi, ed è uno dei paesi più poveri al mondo. Da anni vive sotto l’incubo delle bande criminali armate, che controllano circa il 90% della capitale, impongono rapine, sequestri e una violenza terrorizzante con totale impunità.

Nel 2024 le bande hanno ucciso oltre 5.600 persone, ne hanno sequestrate quasi 1.500 e ferite più di 2.200, secondo dati delle Nazioni Unite. Solo tra aprile e giugno 2025 sono stati registrati almeno 175 rapimenti, soprattutto nella capitale, come tattica di controllo territoriale. Ogni giorno, oltre un milione di haitiani sono stati costretti a fuggire dalle violenze, lasciando case e sogni in cenere.

Nel dicembre 2024, una delle peggiori stragi è avvenuta a Cité Soleil: almeno 207 persone, in gran parte praticanti della religione vodù, furono massacrati da una gang chiamata Wharf Jérémie. Di fronte a questa devastazione quotidiana, Stati Uniti, Nazioni Unite e un gruppo di paesi guidati dal Kenya hanno istituito una missione internazionale — la Multinational Security Support Mission — con l’obiettivo di supportare la polizia haitiana e riprendere controllo della sicurezza.

Ci ricordiamo solo ora di Haiti?

Haiti non è la somma di individui fragili: è il prodotto di un sistema globale che perpetua povertà, colonialismo economico e abbandono istituzionale. Da quando nel luglio 2021 il presidente Jovenel Moïse è stato assassinato, il vuoto politico è stato riempito dalle bande armate. Questi gruppi non agiscono per ideologia ma per profitto e potere. Agiscono occupando territori, terrorizzando comunità vulnerabili e saccheggiando risorse collettive. Il rapimento da Sainte‑Hélène è parte di questa strategia: uno schiaffo al diritto alla cura, all’infanzia, all’umanità. Possiamo considerarlo come un attacco sistemico contro chi serve, chi nutre, chi cura l’infanzia e protegge i più vulnerabili.

Questo atto brutale non attacca solo dei corpi: riduce in cenere i diritti dei bambini, umilia il lavoro di cura, e ostacola ogni speranza di liberazione collettiva. Ma noi non possiamo voltare lo sguardo: gridiamo insieme per il rilascio immediato dei sequestrati, chiediamo giustizia, sicurezza e dignità. Serve un mondo che sostenga le missionarie come Gena Heraty. Serve un mondo che aiuti le donne che dedicano la vita ai marginalizzati. E serve non solo con parole, ma con investimenti reali in pace, giustizia sociale e autodeterminazione haitiana.

Maria Paola Pizzonia, Autore presso Metropolitan Magazine