Quello di Jay Roach non è un semplice remake, un compitino fatto e finito che si limita ad inserire due star eccellenti in una struttura consolidatà di un grande film come La guerra dei Roses di Danny DeVito per poter portare la pellicola a casa. Roach non vuole questo. Non vuole imitare, non vuole una copia carta-carbone. Ma anzi, utilizza lo strumento del remake nella sua funzione eccellente e migliore: la rimessa a contesto e riproposizione. La guerra dei Roses esce nei furenti e vitali anni Ottanta, in cui l’uomo in carriera e machistico diventa parte integrante di una cultura americana sempre più Reaganiana. Oliver Rose di Micheal Douglas è uno yuppie borioso e in carriera, figlio degli eighties americani. Sua moglie, invece, una desperate housewife anch’essa figlia dei laboriosi anni tra i Settanta e i Novanta.

Jay Roach prende questo materiale di partenza, piuttosto difficile da poter riproporre oggi in modo identico, e lo riattualizza, lo ricolloca prima in un nuovo contesto geografico – Londra prima e California poi – e poi di temi e humor, tipicamente inglesi. I ruoli di genere si ribaltano, la famiglia assume un ruolo completamente diverso e, in questo ottimo remake, ci si rende forse fin troppo conto di come le pressioni sociali e un mondo capitalista siano la pressa idraulica che schiaccia i rapporti umani e amorosi sotto la pressione della carriera, del successo a tutti i costi e della realizzazione personale a discapito dell’altro e degli altri. Jay Roach firma una riproposizione – più che un remake – brillante e ben riuscito, anche grazie ad un ottima sceneggiatura di Tony McNamara.

I Roses: calma e distruzione

I Roses: Olivia Colman e Benedict Cumberbatch in una scena del film

Quella di Roach è quindi una pellicola profondamente diversa di quella di DeVito così come del romanzo originale di Warren Adler. Roach, maestro della commedia – creatore della saga di Austin Powers e regista di Ti presento i miei e del suo seguito – firma qui un film che si allontana anche dalle sue, di corde. Una anti-commedia romantica per eccellenza, condita da un perfetto black humor all’inglese che investe completamente una pellicola sempre in movimento, mai in frenata e interpretata da due mostri della terra della corona: Benedict Cumberbatch e Olivia Colman. I due attori, sotto la guida di Roach lavorano con il freno a mano tirato per almeno due terzi del film. Sono posati, mediamente tranquilli e il rapporto tra i loro personaggi, per quanto paradossale e punzecchiante, funziona.

È poi nell’ultimo terzo che i due volano a briglia sciolta nella guerra tra gli York e il Lancaster sotto forma di matrimonio, dando prova di una recitazione sui generis ma mai eccessiva, chimicamente perfetta e forzata solo quando serve. Ed è indubbiamente anche grazie a Colman e Cumberbatch se il cambio di prospettiva sul rapporto di forza e di genere funziona così bene nella pellicola. McNamara stravolge la piramide sociale di quel macrocosmo sociale che si chiama matrimonio. La funzione classica del ruolo maschile – che nell’originale del 1989 rappresentava una forma consolidata nel sistema sociale americano e occidentale – si sfalda, si sgretola sotto la forza inesauribile del progresso. I ruoli di genere qui si scambiano, e sarà proprio Ivy (Colman) ad avere le redini lavorative della famiglia dopo un grave incidente che distrugge la carriera da architetto di Theo (Cumberbatch).

Ruoli di genere

I ruoli di genere diventano quindi il terreno di scambio e di fioritura di una crisi coniugale che, sottilmente, ci viene anticipata (il loro meetcute parte con un coltello e delle vaghe minacce di morte). La crisi della mascolinità, la perdita di un ruolo socialmente dato e delle sue funzioni patriarcalmente assegnate diventano invece l’acqua che alimenta quella fioritura, ribaltando completamente la dinamica uomo-donna e familiare. Sarà Theo, dall’incidente in poi, ad occuparsi della casa e dei figli, con Ivy, casalinga per la maggior parte della loro vita coniugale, che arriva al successo con il ristorante aperto proprio dal marito. McNamara struttura una sceneggiatura molto sottile e molto arguta, in cui il contesto sociale permea, si fa fondamento ed è presente nella quasi totalità di pellicola, anche se non ce ne accorgiamo.

I personaggi secondari del film – Andy Samberg e Kate McKinnon in particolare – alimentano questa struttura, sia come comprimari che come figura a sé stanti. Rappresentano tutti un elemento che manca ai Roses, dalla libertà individuale a quella coniugale. Hanno tutti il loro ruolo ben definito e funzionano proprio per questo, funzionano sia come spalle comiche (esilarante Samberg) che come contrappunto. In sostanza, i Roses si propone di essere un trattato su cosa sia l’amore moderno, quello che deve lottare contro le pressioni di una società che pretende sempre e solo il massimo da tutti. Quella fatta di presenza e mai di essenza, quella che ci vuole sempre più individualisti e lontani dagli altri. Quella in cui anche un sentimento puro come l’amore deve soccombere alle logiche del mercato e dell’individualismo, in cui anche un castello e una fortezza come casa Roses devono crollare sotto il loro peso e che, quando si riesce a trovare la felicità, non ci lascia scampo.

Alessandro Libianchi

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