Anche grazie a luoghi come Cannes e Venezia, negli ultimi anni, diverse realtà lontane dai nomi mainstream della cinematografia occidentale classica si stiano sempre più facendo strada. Paesi come l’Iran, che vanta una grande tradizione cinefila ma che negli ultimi anni si sta affacciando anche verso un pubblico più mainstream. O il ritorno del cinema di Hong Kong o, ancora, la fioritura di mercati est-europei sempre più importante nell’economia dell’industria cinematografica mondiale. E, come ci sta mostrando Venezia, questo è anche il caso di un paese come l’Ungheria, grazie a ben due film in concorso a Venezia 82: Orphan di László Nemes e Silent Friend di Ildikó Enyedi. Nemes vinse l’Oscar al miglior film straniero con la sua pellicola d’esordio “il figlio di Saul”, mentre Enyedi l’Orso d’Oro a Berlino con “Corpo e anima”.
Ma da dove deriva questa fioritura di un industria che è, innegabilmente, molto ristretta? La risposta non è ovviamente univoca ma determinata da diversi fattori, di stampo culturale da un lato e culturale dall’altro. Intanto è necessario sottolineare come entrambi i film siano coproduzioni multinazionali che utilizzano una combinazione di incentivi fiscali, finanziamenti agevolati da enti di finanziamento nazionali e private equity per costruire i budget: una struttura finanziaria che è diventata necessaria e sempre più impegnativa nell’attuale clima economico per il cinema indipendente in tutta Europa. Una struttura complicata ma funzionale alla fioritura di un cinema più distaccato dalle grandi produzioni corporate sia nella mera produzione, sia nella distribuzione e diffusione. Ovviamente, guardando il caso Ungherese, lo sforzo arriva anche sotto forma di investimento statale. L’Istituto Nazionale del Cinema Ungherese (NFI) ha investito, negli ultimi anni, per rendere l’industria locale più adattabile alle esigenze dei registi. Il commissario per il cinema ungherese Csaba Káel ha definito le anteprime del Lido come “una testimonianza della strategia che abbiamo lanciato cinque anni fa“.
L’Ungheria a Venezia 82

Per quanto riguarda Orphan, presentato ieri a Venezia 82, l’Ungheria ha finanziato il 70 percento del budget del film, mentre Regno Unito, Francia e Germania hanno contribuito ciascuno con il 10 percento, offrendo anche un fondamentale supporto creativo. Il co-produttore britannico Good Chaos ha contribuito alla post-produzione tramite lo studio di effetti visivi Automatik, oltre alla pubblicità con l’agenzia di pubbliche relazioni londinese Premier; la Germania ha fornito il noleggio di telecamere e luci ARRI. La Francia, nel frattempo, ha offerto talenti chiave sia sopra che sotto la linea, tra cui l’attore protagonista Gregory Gadebois, il compositore Evgueni Galperine e la truccatrice Odile Fourquin. “L’Equity è molto cauta al momento” afferma Mike Goodridge di Good Chaos. “Credo che il panorama delle vendite sia davvero difficile. Non credo che nessuno dei film in concorso a Venezia quest’anno sarebbe lì senza la coproduzione europea“.
Allo stesso tempo, non è solo l’industria produttiva a risentire dei benefici degli investimenti e delle coproduzioni, ma anche quella che accoglie le produzioni nel paese. Gli sgravi fiscali in Ungheria sono vicine al 30%. E uno sgravo fiscale così importante non è solo uno strumento che attrae investitori esteri – soprattutto statunitensi – ma uno strumento di evidente crescita. Basta guardare in casa nostra: negli ultimi 20 anni la qualità produttiva del nostro cinema si è alzata a dismisura: un numero altissimo di lavoratori altamente specializzati è entrata nel settore, nuove camere e nuova attrezzatura fa capolino nel nostro cinema. Tutto grazie agli investimenti esteri che hanno portato la nostra industria ad investire ancora di più nel lato tecnico, per poter accogliere sempre più produzioni.
Gli investimenti esteri
Per creare una situazione tipo molto semplificata, negli ultimi quindici anni in Italia gli sgravi fiscali hanno portato diverse produzioni statunitensi a girare qui. E, dato che non eravamo attrezzati per accogliere pellicole del genere, le case di produzioni straniere hanno investito nel nostro paese, lasciando qui attrezzatura all’avanguardia e formando professionisti del settore altamente qualificati. Ovviamente, questa è una semplificazione estrema, ma la fioritura di un cinema italiano che arriva addirittura a produrre dei Blockbuster come Comandante o Freaks Out passa anche, e sopratutto, dagli investimenti. Esattamente ciò che ora stanno facendo paesi come l’Ungheria, Malta o la Romania. E che noi abbiamo ben deciso di accantonare.
Alessandro Libianchi
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