«Jay Kelly racconta la storia di un uomo che ripensa alla sua vita e riflette sulle scelte, i sacrifici, i successi, gli errori commessi. Quando è troppo tardi per cambiare il corso della nostra vita? Jay Kelly è un attore e, proprio per questo, il tema del film è l’identità. Come recitiamo la nostra parte. Chi siamo come genitori, figli, amici, professionisti? Siamo buoni? Siamo cattivi? Qual è lo scarto tra chi abbiamo deciso di essere e chi potremmo effettivamente essere? Cosa rende speciale una vita? Jay Kelly parla di cosa vuol dire essere se stessi». Con queste parole il regista Noah Baumbach ha descritto la sua ultima opera, in concorso a Venezia 82.
Più che un cast, una parata di stelle, da George Clooney, nei panni del protagonista, ad Adam Sandler, a Greta Gerwig, a Laura Dern, sbarcati alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica della Biennale di Venezia per raccontare la storia dell’attore cinematografico Jay Kelly e del suo devoto manager Ron, alle prese con un viaggio in Europa che si rivelerà più complesso del previsto, e che li metterà di fronte a loro stessi, ai propri cari e alle scelte che hanno condizionato le loro vite e quelle delle generazioni future.
La conferenza stampa di “Jay Kelly” a Venezia 82: assente George Clooney

Presenti in conferenza stampa il regista Noah Baumbach, la sceneggiatrice Emily Mortimer e gli attori Billy Crudup, Adam Sandler e Laura Dern. Assente George Clooney, costretto a disertare a causa di una forte sinusite; anche la sua presenza alla proiezione di stasera sembra essere in bilico. Sandler, che nella pellicola veste i panni di Ron, l’agente del divo Jay, ha avuto modi di fare delle valutazioni su carriera e famiglia, anche grazie al suo ruolo: «Ho sempre apprezzato il mio agente e tutto quello che fa, adesso ancora di più. So quanto possa essere difficile star dietro ai miei alti e bassi, e gli sono sempre stato grato per questo. Una delle mie battute preferite del film è “Tu sei Jay Kelly 1!” “E tu sei Jay Kelly 2!”, ti fa capire l’importanza di questo tipo di persone».
Parla poi della sua famiglia: «Per me è importantissima. Tutti noi facciamo un lavoro duro, che ti porta a passare tanti mesi lontano da casa, ma è importante fare in modo di passare del tempo con loro. E poi, è sempre bello tornare!». Per Sandler, il ruolo di Ron è una novità, rispetto ai personaggi divertenti che di solito interpreta. Secondo Baumbach, l’attore è «generoso e leale, ha un cuore grande. In Jay Kelly ha trovato un modo per capire il suo ruolo e per dargli vita. Ron rappresenta perfettamente Adam e la sua generosità di spirito, attraverso l’amore puro che prova per Jay».
Il ruolo dell’attore nella società

Per Laura Dern, cresciuta in una famiglia di attori, calarsi in questo ambiente è stato un ritorno alle origini, ma con nuove consapevolezze: «Le persone che mi hanno cresciuta hanno influenzato quella che sono, la mia vocazione. La loro presenza mi ha portata a un livello di onestà superiore; io non credo che gli attori indossino una maschera, anzi. Sul set si diventa una famiglia e, a volte, questa prosegue anche dopo la fine delle riprese».
Quella dell’attore, d’altronde, è una figura complicata, specialmente nell’attuale contesto storico e nella società odierna, che spesso chiede agli appartenenti a questa categoria di esporsi in prima linea in merito a politica e attualità. Billy Crudup spiega il suo punto di vista: «Io considero me stesso un interprete, ed è il mio lavoro ad essere, in qualche modo, utile. Sono convinto che il mestiere dell’attore possa avere una nuance politica, almeno in alcuni casi. Mi trovo un po’ a disagio, tuttavia, in questo mondo che ci chiede incessantemente di avere un’opinione su qualsiasi cosa. Siete sicuri di averne davvero bisogno?».
A Venezia 82 arriva Jay Kelly, eroe umano dei giorni nostri
Per Noah Baumbach, Jay Kelly è una riflessione su ciò che siamo e su quello che mostriamo al prossimo: «Ci affascinava l’idea di questo viaggio interiore ed emotivo compiuto da una star del cinema. Trovo interessante vedere come gli attori entrino nei loro personaggi e, ancora di più, osservare le nostre “performance” nella vita reale. Noi stessi abbiamo un ruolo, che nel tempo può evolversi e cambiare; abbiamo giocato con l’idea di come siamo e di come ci offriamo al di fuori di noi». «In fondo», prosegue il regista, «siamo tutti un po’ attori, e ogni pellicola ha più piani d’interpretazione. Quando giriamo un film di mafia, in qualche modo si parla di famiglia, quando lo ambientiamo nello spazio, trattiamo temi religiosi, e così via. Siamo sempre qualcosa, e poi altro da noi stessi».
Emily Mortimer racconta: «All’inizio Jay sembra circondato da decine di persone, sempre preso d’assalto. Man mano questo sparisce, e rimane solo l’uomo; in quel momento inizia a scavare davvero dentro di sé». In qualche modo, però, il protagonista assume una dimensione eroica all’interno della sua storia: «Jay è un eroe, in un certo senso, ma tutti noi possiamo esserlo. Ogni persona ha il proprio bagaglio emotivo e volevamo mostrare proprio questo, anche se è stato complesso realizzarlo».
Federica Checchia





