Dopo Escobar, The Informer – Tre secondi per sopravvivere e L’ultima notte di Amore, l’attore Andrea Di Stefano torna dietro la cinepresa con Il Maestro, una commedia dolceamara ambientata nel microcosmo del tennis, più attuale che mai, soprattutto grazie alla nuova leva di campioni italiani, uno su tutti, il numero 1 al mondo, Jannik Sinner. Il film, Fuori Concorso a Venezia 82, racconta la storia del tredicenne Felice, atleta in erba che, dopo tanti sacrifici, arriva ad affrontare i tornei nazionali di tennis, sotto il vigile guardo paterno, che lo carica di aspettative difficili da soddisfare. Per prepararlo al meglio, proprio il papà lo affida al sedicente ex campione Raul Gatti, che diventerà, per il ragazzo, molto più di un allenatore.
«Il Maestro è un omaggio ai mentori imperfetti, feriti ma pieni di cuore», racconta il regista. «È un viaggio attraverso il dolore della crescita, la potenza dell’insegnamento e la bellezza dei legami umani. Una commedia all’italiana per chiunque creda ancora che il mondo possa essere migliore, una lezione alla volta».
La conferenza stampa de “Il Maestro” a Venezia 82: un film autobiografico
Presenti in conferenza stampa i produttori Massimo Proietti di Vision Distribution, che distribuirà il film il 13 novembre, Marco Cohen (Indiana Productions), Nicola Giuliano (Indigo Film), Andrea Di Stefano, la sceneggiatrice Ludovica Rampoldi e gli attori Pierfrancesco Favino (Raul) e Tiziano Menichelli (Felice). Il film è, per il regista, «in parte autobiografico. Molte scene riprendono cose da me realmente vissute, e che ho provato a riprodurre. Ho voluto rendere omaggio a un maestro di tennis che ho incontrato davvero da ragazzo, e che mi ha detto delle cose che mi hanno aiutato a crescere».
Per il protagonista Pierfrancesco Favino, «il film è una riflessione su questa società, che ci vuole a tutti i costi performanti e capaci. Andrea dice “Due sconfitti possono fare una vittoria”. Io la trovo una buona risposta a una visione narcisistica del mondo di oggi, secondo il quale si deve essere per forza qualcuno, se si vuole stare al mondo. Io ho avuto diversi maestri, spesso nei momenti più inattesi, e ne voglio ricordare uno in particolare. Si tratta di Stefano Valentini, mio insegnante di danza in accademia: non mi ha insegnato a ballare, ma mi ha aiutato a trovare la musica dentro di me».
La sconfitta come occasione di crescita
Il Maestro si concentra molto sull’idea della sconfitta e dell’effetto che questo ha sulla salute mentale. Parla Ludovica Rampoldi: «La prima stesura di questo film risale al 2005, quando forse eravamo troppo giovani per capirlo. All’epoca avevamo virato più sulla commedia, ma questi vent’anni di occasioni mancate, di fallimenti e di rimpianti lo hanno modificato. I chilometri fatti in questi anni hanno irradiato il copione di una malinconia che prima non c’era».
«Io non sono mai stato un vero vincente nella vita, e il mondo del tennis è una buona metafora.», racconta Di Stefano. «Su un tabellone di sessantaquattro giocatori ne vince uno. E gli altri sessantatré? Chi parla di loro? I sogni di gloria sono uguali per tutti, ma solo alcuni li realizzano. Ho voluto parlare di chi non ce la fa, per far capire che la vita è altro, e che si può gioire anche perdendo. Siccome ho frequentato la sconfitta, volevo raccontarne l’eroismo».
Pierfrancesco Favino a Venezia 82: «Non sottovalutiamo la potenza del Cinema»
Tiziano Menichelli, che nella pellicola è Felice, il giovane tennista affidato a Raul, Il Maestro è stato un’occasione di crescita personale e artistica: «Stare sul set è stato bellissimo. Ogni persona che ho incontrato mi ha insegnato qualcosa, e posso solo ringraziare tutti. Favino mi ha aiutato e guidato, anche quando non era nell’inquadratura era presente e attento a me. Sembra una cosa scontata, ma non lo è».
Favino, dal canto suo, confessa di non aver mai interpretato «un personaggio così apertamente sconfitto. Mi ha dato modo di tirar fuori delle cose che mi somigliano molto.». E in merito alle discussioni degli ultimi giorni rispetto a come i personaggi pubblici debbano confrontarsi con l’attualità, ha un pensiero ben preciso: «Credo che i festival siano momenti di riflessione, e tutto il Cinema, se ci pensiamo, parla della realtà, la racconta a modo suo. Tendiamo a scordare il fatto che i film possano parlare alle persone di cose concrete; questo non vuol dire che non debba esserci la libertà di manifestare o di dire la propria. Da non esperto di geopolitica, però, continuo a pensare che personaggi pubblici e privati cittadini non possano fare altro che chiedere ai governi di risolvere le questioni. Non vorrei che si sottovalutasse la potenza del Cinema di raccontare il mondo; detto questo, ogni occasione è sacrosanta per chiarire da che parte si sta».
Federica Checchia





