No, non è il biopic patinato da Oscar o quelle scene in slow motion sulle note del pezzo più iconico che sembra più un tributo. Springsteen: Liberami dal Nulla non è quel tipo di film. Scott Cooper, dopo Crazy Heart, torna a parlare di musica ma lo fa spogliando tutto: niente luci da palco, niente cori da stadio. Solo Bruce (Jeremy Allen White), una chitarra, Nebraska il rumore del suo respiro in una stanza troppo silenziosa.

Springsteen: Liberami dal Nulla, la recensione del nuovo film di Scott Cooper interpretato da Jeremy Allen White

Springsteen Liberami dal Nulla
This image released by Disney shows Jeremy Allen White as Bruce Springsteen, left, and and Odessa Young as Faye, in a scene from “Springsteen: Deliver Me From Nowhere.” (20th Century Studios via AP)

Il film non racconta la leggenda di Springsteen, il Boss, ma l’uomo che la precede. Siamo nei primi anni ’80, nel momento in cui Bruce – interpretato da un Jeremy Allen White totalmente immerso, sporco di malinconia e polvere del New Jersey – sta scrivendo Nebraska, il disco più spoglio e sincero della sua carriera. Cooper non vuole il mito, vuole la crepa. Quella da cui entra la luce, ma anche da cui escono soprattutto i demoni.

E infatti Liberami dal nulla è un film sulla solitudine più che sulla musica. Il Boss qui non urla, sussurra. Siamo soli, noi lo seguiamo, siamo nella sua stanza, siamo nella sua testa e nei suoi ricordi. Soprattutto quelli bui, quelli del trauma. Non suona per farsi sentire, ma per non sparire. Il ritmo è lento, quasi ipnotico, come se ogni scena fosse un tentativo di fermare il tempo e catturare l’istante in cui l’arte e la disperazione si confondono. C’è una malinconia che ricorda certi quadri americani, con luci fredde e silenzi.

Jeremy Allen White è l’insicurezza e l’ombra

Jeremy Allen White regge tutto con uno sguardo: l’insicurezza di un artista che ancora non sa di essere “The Boss”. La sua performance è tutta nei dettagli — il modo in cui si rannicchia sul letto, le pause infinite prima di parlare, la voce che sembra arrivare da un luogo troppo interno per essere spiegato. Accanto a lui, un Jeremy Strong sorprendentemente dolce nei panni del manager Jon Landau, che cerca di proteggere la verità di Bruce anche quando il mondo gli chiede di venderla. È una dinamica tenera, quasi paterna, che regala al film il suo cuore più autentico.

Visivamente, Cooper costruisce un’America fantasma. Le riprese ad Asbury Park sembrano cartoline dimenticate: pompe di benzina chiuse, cieli color piombo, strade senza direzione. In questo scenario sospeso, la musica di Nebraska diventa un atto di sopravvivenza. Non è solo un album, oh sì, è molto di più.

Qualcosa non quadra, a volte. Il ritmo a volte cala e la regia è troppo pulita, quasi patinata per un film che dovrebbe odorare di sudore e malinconia. Ma Cooper sa dove colpire: nei momenti in cui lascia che siano il silenzio e la vulnerabilità a parlare.

Springsteen: Liberami dal Nulla non è un film che vuole spiegare Bruce Springsteen, ma vuole solo che venga ascoltato davvero. E’ il trauma di un artista che ha smesso di cercare l’America dei sogni per raccontarne quella spezzata, fatta di motels, radio sintonizzate male e padri violenti e uomini che non sanno più dov’è casa loro.

Ma è anche assenza e volontà di trovarsi, è amore in potenza che non si può risolvere finché i demoni non risolvono loro stessi. A questo proposito arriva la parentesi Faye con Odessa Young, il momento più intimo insieme al rapporto col padre di Bruce, interpretato dal sempre pazzesco Stephen Graham.