Anthony Hopkins, l’attore due volte vincitore del premio Oscar, con il suo nuovo libro “È andata bene, ragazzino” (We did ok, kid – in inglese) mette a nudo tutto il suo percorso di vita. Dietro ad ogni persona v’è un passato, bello o brutto che sia, e l’attore non esita ad incidere il suo su carta.
Anthony Hopkins: L’uomo dietro il genio

Il Pensiero Editoriale su Anthony Hopkins
Per un giorno vorrei abbandonare i panni formali dell’articolista. Quello che segue è un pensiero viscerale, l’eco autentica delle emozioni che questa lettura mi ha lasciato dentro. Siamo tutti abituati a vedere i film e i successi di un determinato attore, senza mai chiederci quale sia la reale storia che si nasconde dietro quel successo. Quella di Anthony Hopkins ha inizio il 31 dicembre 1937 in una piccola casa a Port Talbot, Galles. Ho divorato le pagine, spinta dalla voglia di scoprire con quali sentimenti e aneddoti egli avesse deciso di raccontare la sua esistenza. Non mi sarei mai aspettata una vita di questo genere.
Si legge la storia di un uomo sempre sul baratro, in balia della vita… e a pensarci bene, chi è che non la subisce? Nemmeno i sassi vivono tranquilli: sono perennemente erosi dalla pioggia. Si legge di un uomo tormentato, in collera con il mondo, e Hopkins ha narrato la sua storia così com’è, senza fronzoli. Con questo libro ha offerto la possibilità di entrare nella sua esistenza e, come in un film, godere dell’evoluzione degli eventi, ridere, piangere e provare odio o simpatia per i personaggi che hanno attraversato il suo racconto di vita.
L’Infanzia, il Riscatto e il Bivio
Ho letto di un’infanzia segnata dalla guerra, in cui l’essere un pochino più lento di comprendonio gli costò lo stigma di “problematico” o “stupido”, e dove la sproporzione da bambino tra testa e corpo gli valse, come racconta lui stesso, il soprannome di “testa di elefante”. Ho letto una storia in cui l’alcolismo lo portò a vivere rapporti burrascosi e ad avere quel carattere irrefrenabile, testardo e irascibile. Un problema che costrinse Hopkins a guardare in faccia la vita nel momento in cui essa stessa lo pose davanti a un bivio: morire continuando così, oppure cambiare per sopravvivere?
Egli visse in un’epoca priva di eccessive manifestazioni emotive, soprattutto da parte degli uomini di famiglia, coloro che gli insegnarono che, se picchiato o offeso, avrebbe dovuto guardare in faccia l’aggressore e non far mai trasparire il pianto. L’imperativo di risultare un duro lo accompagnò in ogni momento della vita: mai mostrare le emozioni. Questa irruenza lo seguì anche nel 1958, quando fu arruolato nell’esercito al fianco di Sua Maestà la Regina. Fu in questo contesto che il suo carattere, già attaccabrighe, ebbe la meglio, confermando una natura indomita.
Nonostante gli insuccessi scolastici, però, la sua vera storia iniziò quando si affacciò al mondo dell’arte, attraverso la recitazione ed uno smisurato amore per la musica classica, infatti, tutt’ora, Hopkins compone e suona il pianoforte. Riuscì a entrare in varie scuole di teatro, iniziando a lavorare per diverse compagnie che gli davano piccole parti. Fu in quegli anni che si innamorò perdutamente di Shakespeare, arrivando a interpretare ruoli complessi come Otello, Amleto e così via. Dopo un intenso lavoro sul palcoscenico, ci fu il primo grande ingaggio cinematografico: Il Leone d’Inverno (1968), al fianco di Katharine Hepburn. Fu l’inizio della passione per il cinema. Tuttavia, egli continuò a lavorare per il teatro, ma la strada era ormai tracciata.
Il “Prima” del Capolavoro
Finalmente, grazie a questo racconto, è stata data visibilità a pellicole che, in Italia, sono spesso state ridotte all’ombra di Il Silenzio degli Innocenti. Si è dato risalto a film che meritano di essere osservati quanto il capolavoro con Lecter, per citarne alcuni: Ora Zero: operazione oro, QB VII, The Girl from Petrovka, The Arcata Promise, Una violenta dolce estate, Casa di bambola, Quell’ultimo ponte, The Elephant Man, e, aggiungerei, anche se non citato nel libro, il capolavoro indiscusso che è Magic.
Per passare poi tra le stanze edoardiane di Casa Howard, tra le mura della magione di Darlington Hall di Quel che resta del giorno, tra l’odore delle pagine della libreria all’84 Charing Cross Road e via discorrendo; per concludere, extra libro, nel dolore di Viaggio in Inghilterra. Certo, Il Silenzio degli Innocenti è senza dubbio un capolavoro assoluto, ma per comprenderne l’arrivo e l’impatto, non si può e non si deve dimenticare né ciò che lo ha preceduto né ciò che ne ha costituito l’evoluzione.
L’Attore e la Persona
Questo libro l’ho vissuto, sottolineato e appuntato. Mi sono commossa e ho riso (molto devo dire… l’ironia con cui Hopkins si racconta è superba). La sua capacità di leggere dentro un personaggio di una sceneggiatura è eccezionale. Leggere i modi con cui decide quali caratteristiche dargli semplicemente lasciandosi ispirare dalle sue sensazioni, è incantevole.
Durante la lettura mi sono ritrovata a dire “sei emozionante”. Tale frase mi è scappata di bocca rileggendo l’aneddoto da lui citato de Il Silenzio degli Innocenti: quando il regista Jonathan Demme gli chiese cosa avrebbe fatto Lecter in attesa di Clarice – dormire, dipingere, stare seduto – la sua risposta fu: “la aspetterò in piedi”, in quanto il personaggio poteva “sentire il suo odore mentre arrivava”. Superbo. Questo libro ci porterà a guardare ogni sua opera con occhi diversi. Non in senso negativo, ma anzi, al contrario: con una profonda consapevolezza in più di chi è. Questo non farà che alimentare una malinconia agrodolce.
L’Immortalità del Racconto
Gli ultimi capitoli, o meglio, l’ultimo, è stato emotivamente potente. Quando ho letto la frase: “Ora che ho inciso il mio passato su carta posso anche dimenticarlo”, ho percepito una sua profonda liberazione. È come se volesse dire che, avendo messo nero su bianco ogni battaglia e ogni ombra, può finalmente voltare pagina per affrontare il resto della sua vita. Non avrà più il dovere e la fatica di ricordare, ma ci sarà qualcuno, chi vorrà, a farlo per lui.
La Morte non è solo un tema ricorrente, ma è il fulcro incandescente dal quale si diramano tutti i racconti e le sue esperienze che ha narrato. Del resto, la vita è indissolubilmente correlata a essa. Proprio per questo, il libro e questi ultimi capitoli sono una chiusa definitiva, una sorta di Testamento pubblico dell’anima, che raccoglie ciò che è stato. Questa è la sua vera, silenziosa ricerca di immortalità. Il suo intero vissuto è stato consegnato al mondo e ci rimarrà per sempre, un lascito intimo e autentico.
Grazie, Tony, per questo dono inestimabile.
Arianna Villa





