Quando si pensa alla struttura narrativa di una pellicola, quando si crea l’impalcatura stessa delle trame narrative, l’immagine che nasce nella mente di tutti è quella di una linea orizzontale, finita e chiusa nelle sue dinamiche. La linea temporale di un film, al netto di tutte le dovute eccezioni, si sviluppa come una lunga, tesa e sottile linea rossa (per citare un capolavoro di Malik). A House of Dynamite, il ritorno alla regia di Kathryn Bigelow a distanza di otto anni da Detroit, invece, sceglie, nella sceneggiatura di Noah Oppenheim, di ribaltare questa struttura. Oppenheim rende questa intelaiatura verticale e decide di mostrarci tutti, partendo dal basso, gli attori in gioco in una situazione disperata come un attacco nucleare in territorio statunitense. Dalla situation room della Casa Bianca, al centro operativo per le emergenze USA fino al Pentagono e lo studio ovale stesso. Si sale sempre più su, in una catena di comando e responsabilità che non lascia respiro.

E una struttura del genere non poteva che essere in mano a chi, negli anni, ha dimostrato di essere la più grande manipolatrice e regista di un cinema tanto d’azione quanto sulla stessa società statunitense. A partire dagli anni Ottanta, fino ai Novanta – gli anni in cui la speranza lascia il posto alla disillusione – Kathryn Bigelow si è dimostrata l’unica regista vivente in grado di poter gestire con la sua forza e con il suo coraggio un materiale che sarebbe scaduto facilmente nel retorico e nel banale. Ma solo Bigelow ha la mano tanto salda quanto intelligente per riuscire a dirci che la difesa assoluta non esiste, che viviamo in un mondo sul filo della distruzione e che, questo stesso filo è verticale e noi non siamo in cima.

A House of Dynamite e il presente

L’occhio di Kathryn Bigelow (e quindi anche il nostro) non è un occhio statico, fermo, documentaristico. È un occhio sempre in movimento, sempre attento a catturare i particolari e guidare la tensione. Non ci rende spettatori passivi ma attori, attenti ai dettagli, alle espressioni, ai micromovimenti che tradiscono una quotidianità nello straordinario, punto focale del film e che ha reso Kathryn Bigelow l’unica regista in grado di raccontare e decodificare il presente e l’attuale attraverso il singolo che si fa universale. Ed è da qui, da quest’occhio, da questa quasi soggettiva continua – che porta alla memoria una delle soggettive più bella della storia del cinema, quella dell’inizio di Strange Days – che si va in alto, ai luoghi del potere. Ci si concentra sulla dimensione umana e sulla sfera emotiva che una testata nucleare sconvolge in un ennesimo giorno nelle quiete vite americane.

Non c’è disastro, lotta, guerra o distruzione. A House of Dynamite evita qualsiasi conflitto per concentrarsi sulle dinamiche umane e di potere, sulle war room e su come agisce chi, di quella bomba, ne segue gli spostamenti, ne prevede i tragitti e si interroga sulla sua provenienza. Dalle sale di controllo si va su fino al presidente (Idris Elba), incapace di prendere una decisione che, come gli viene detto, significherà “resa o distruzione”. Ed è qui, in questo passaggio alle parti successive che Bigelow rallenta il movimento e lo sguardo, senza mai perdere la tensione. Anzi, se possibile, accentuandola. Le voci si fanno più calme, le decisioni più importanti e gli umori più tesi. Se sale la tensione, scendono i giri della macchina da presa. Se la responsabilità sale, le voci si acquietano.

Una casa di dinamite

Kathryn Bigelow dimostra ancora di saper leggere il presente come nessuno. Di saperlo rappresentare e di saper giocare con le sue contradizioni. E, a differenza di tanto war cinema statunitense che sceglie di non mostrare il “nemico” americano perché per l’America più conservatrice sono tutti “stati canaglia”, qui il nemico, di fatto, non esiste. La testata parte da un punto imprecisato del Pacifico e tutti negano di averla lanciata. È semplicemente apparsa, nato come manifestazione di un mondo assurdo e fuori controllo. Rappresentazione di una miccia fin troppo corto e in mano a pochi. Bigelow e Oppenheim ci dicono quindi quanto insensati siano i tempi in cui viviamo e di come, dai nostri divani di casa con Netflix acceso, viviamo comodamente in una casa di dinamite.

Alessandro Libianchi