Impossibile non amarla, questa ragazzina del mito. Non solo perché l’eroe che si ribella al potere costituito suscita sempre una simpatia nel cuore vigliacchissimo dello spettatore. E nemmeno soltanto per il suo coraggio, la sua pietà filiale, la sua osservanza delle norme non scritte degli dei. Amiamo Antigone perché è capace di dire un no incoercibile. Un no alle leggi ingiuste, certo, ma soprattutto alla felicità piccola e sporca di chi accetta dentro di sé l’usura, il ridimensionamento dei propri desideri e aneliti. Antigone è la promessa dell’irriducibilità di ogni essere umano. L’aveva capito bene Jean Anouilh, che ne elabora una versione moderna durante l’occupazione nazista della Francia, per denunciare velatamente lo squallido collaborazionismo della repubblica di Vichy. E lo ha capito Roberto Latini, che porta l’Antigone di Anouilh al teatro Vascello (dal 21 al 30 novembre).
Non solo ne cura la regia, ma veste lui stesso i panni della fanciulla ribelle, assetata di vita nel suo destino di morte. Creonte, invece, è affidato alle esperte mani di Francesca Mazza. Un gioco di inversioni e di sdoppiamenti che si ripete per tutti gli altri personaggi del dramma. Non per confonderci, ma per rivelarci che la disputa delle ragioni di Antigone avviene dentro noi stessi. Come afferma il regista: Oltre l’appartenenza, l’anagrafica, il genere, sono parole che vengono da noi stessi. Le ascoltiamo nella nostra stessa voce. Siamo Antigone e Creonte insieme, o lo siamo già stati più volte, di più in certe fasi della vita e meno in altre e viceversa o in alternanza.
Antigone, un percorso segnato

Questi personaggi vi reciteranno la storia di Antigone. Antigone è quella magrolina seduta laggiù, e che non apre bocca. Guarda diritto davanti a sé. Pensa che fra poco sarà Antigone, che improvvisamente sorgerà dalla magra ragazza scontrosa e chiusa che in famiglia nessuno prendeva sul serio, e si ergerà sola di fronte al mondo, sola di fronte a Creonte, suo zio, che è il re. Pensa che sta per morire, che è giovane e che anche a lei sarebbe piaciuto vivere. Ma non c’è niente da fare. Si chiama Antigone e bisogna che reciti la sua parte fino in fondo… (dal Prologo dell’Antigone di Jean Anouilh).
Tutto inizia con la più bieca zuffa per l’eredità. Eteocle e Polinice, i due figli di Edipo, si sono fatti la guerra per il trono di Tebe. Dopo essersi messi d’accordo per governarla un anno a testa, il primo ha bandito l’altro, accusandolo di empietà. Polinice, rifugiatosi in Argo, decide di muovere guerra all’intera città, e per assediarla raduna un esercito comandato da sette capi argivi, che attaccano ciascuno una delle sette porte della città. Ma grazie al sacrificio di un altro principe della famiglia reale gli assedianti sono respinti. Eteocle e Polinice si trapassano a vicenda in battaglia, morendo in un ultimo abbraccio.
Il nobile Creonte, zio di entrambi, si insedia sul trono di Tebe e immediatamente ordina che al corpo di Eteocle, l’eroe difensore, siano tributati tutti gli onori, mentre quello di Polinice deve marcire come una carogna al sole cocente. Chiunque osi contravvenire all’ordine e si azzardi a scalciare anche solo un po’ di terra sulla salma di Polinice verrà messo a morte. E così avviene: sua nipote Antigone riesce a eludere la sorveglianza delle guardie e grattando la terra con le unghie onora, per quello che può, il fratello di una degna sepoltura.
Antigone, strade e destini

La disputa attorno al corpo del traditore Polinice avviene su una strada qualunque, davanti a una fermata del bus, una cabina telefonica e due pali della luce. è la strada sulla quale ogni giorno percorriamo i nostri passi, in una direzione o nell’altra. Davanti ad essa, un rettangolo di terriccio, che i personaggi, quasi secondo un rito propiziatorio, fanno scorrere tra le loro mani. La terra, in cui si seppelliscono o non si seppelliscono i morti. Poco dietro, una catasta di televisori un po’ retrò, per ora spenti, che Antigone e Creonte scaleranno durante la loro disputa sulla giustizia.
La Nutrice e Ismene, sorella di Antigone, sono i primi personaggi a farsi avanti. Corpi come marionette, maschere bianche e nere dai grandi occhi, appellano Antigone con voci ora dolci ora di rimprovero, senza che capiscano il crimine da lei commesso la notte precedente. Lei, Antigone, passeggia tra il pubblico con un microfono gelato in mano. Latini non indossa ancora il suo costume di scena qui, è come se volesse restare ancora in mezzo al pubblico, prima che la tragedia prenda definitivamente piede.
Ma già nel suo dialogo col fidanzato Emone, che porta a spasso un cavalluccio da giostra, dimostra tutta la profondità dello studio svolto sulla sensibilità femminile. Respiri troncati, sguardi un po’ vaganti e subito ripresi, modestissima fatuità nelle piccole cose (come il profumo rubato alla sorella Ismene la sera prima). Ma soprattutto, l’accorta restituzione nella prosodia e ritmica della voce di un’anima fresca e delicata e coraggiosa e pura, senza alterare la sua voce naturale.
Dopo il dialogo con Emone (figlio di Creonte, interpretato da Ilaria Drago), arriva il confronto con Creonte. E qui le aspettative del pubblico si sovvertono perché il sovrano di Tebe si presenta, alla fin fine, come un povero diavolo, uno zio amabile anche se un po’ rassegnato dalla vita. Anzi, saremmo portati a scivolare facilmente nella sua ragionevolezza diplomatica se dall’altra parte non ci fosse l’irresistibile fuoco giovanile di Antigone.
Antigone di Roberto Latini al Vascello: chi dice sì e chi dice no

A dispetto delle parole ironiche di Anouilh, secondo cui la tragedia è riposante perché non c’è speranza né dubbio e ogni destino è segnato, per un attimo sembra davvero che il meccanismo possa incepparsi. Creonte non oppone ad Antigone la fierezza del tiranno divoratore di uomini. Nell’interpretazione di Francesca Mazza è solo un anziano politicuccio di provincia, un po’ dimesso, che non ha nessuna voglia di mandare a morte la nipote. Abita una zona grigia e fosca tra il saggio e il patetico. La vita non è come pensi. È come l’acqua: i giovani la lasciano scivolare tra le dita senza pensarci. Chiudi le mani, Antigone, stringile forte e trattienila. Vedrai, si trasformerà in qualcosa di piccolo e duro che potrai sgranocchiare seduta al sole.
Ma Antigone deve morire. Anche se alla fine non sa nemmeno lei perché o per chi. Lo zio le ha rivelato la verità sulla natura squallida e oltraggiosa dei suoi due fratelli, che erano ugualmente esecrabili. Anouilh, con sagacia, sfiora il limite della farsa macabra, svuotando di senso il sacrificio dell’eroina. Ma Antigone è persuasa che la felicità della vita offertale da Creonte sia degna delle bestie, e non di un essere umano. È umano per lei dire no, in quel momento. Creonte, invece, che sa di aver detto troppi sì nella sua lunga vita, la condanna a morte.
Nulla è vero, se non ciò che non si dice. L’esperienza di Creonte partorisce verità gelide come lame, anche se inutili, nella sua bocca rassegnata. E allora ecco Latini-Antigone che sale sulla fila di televisori allineati, ora accesi, e si lancia nel momento in cui la giovane deve consegnare alla guardia una lettera per Emone, mentre la stanno portando nel luogo dove sarà tumulata. La scena è straziante, da far restringere il cuore. Con una mostruosa respirazione che oscilla tra la disperazione, l’adrenalina e l’isteria Latini ci svela la cruda voglia di vivere di una ragazzina, dietro la maschera (funebre) dell’eroina del mito. Quasi vorrebbe scoppiare a piangere e urlare, ma non lo fa: sbiascica soltanto una parola per il suo fidanzato: Perdono. Tutto il non detto, sta all’interpretazione di Latini. Nulla è vero, se non ciò che non si dice.
Penso a questo testo come a un soliloquio a più voci. Una confessione intima e segreta, nella verità vera, scomoda, incapace, parziale, che ci dice che la nostalgia del vivere è precedente a tutti noi, perché sappiamo da sempre che quel corpo insepolto siamo noi mentre siamo ancora vivi. Anche per questo, ho distribuito i ruoli in due modalità diverse e complementari. Alcuni personaggi corrispondono a se stessi, altri al proprio riflesso. Antigone e Creonte, come di fronte a uno specchio: chi è Antigone è il riflesso di Creonte e chi è Creonte è il riflesso di Antigone. (Roberto Latini)
Lorenzo La Rovere





