Ieri, 25 novembre, nella Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, la Camera dei deputati ha approvato con maggioranza trasversale il disegno di legge che introduce il reato di femminicidio. Nello specifico, si parla di un nuovo articolo nel codice penale, il 577 bis, che prevede la pena dell’ergastolo per chiunque uccida una donna come atto di odio, discriminazione, prevaricazione, di controllo verso di lei, per limitarne la libertà o in relazione al suo rifiuto di instaurare o mantenere un rapporto affettivo.

Il governo aveva annunciato il testo approvato lo scorso 8 marzo, data simbolica scelta per la Giornata internazionale delle donne. In questi mesi, è stato oggerto di dibattito e polemiche tra magistrati, giuristi e associazioni che si occupano di contrastare la violenza di genere.Il Senato aveva dato il via libera già a luglio; la legge entrerà in vigore a seguito della firma del Presidente della Repubblica e della pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale.

Raggiunto l’accordo sulla legge per il femminicidio, ma non sul consenso

Giorgia Meloni ha parlato di «coesione politica», mostrandosi soddisfatta del risultato ottenuto. Maggioranza e opposizione, tuttavia, non hanno raggiunto l’accordo su un’altra proposta di legge, che dovrebbe introdurre il concetto di consenso nei casi di violenza sessuale. Pochi giorni fa la premier ed Elly Schlein sembravano aver trovato un’intesa, ma la coalizione di destra in commissione Giustizia al Senato ha comunque scelto di rinviare la discussione del testo.

L’approvazione del disegno di legge, in ogni caso, si scontra con diversi pareri contrari. Alcuni giuristi, infatti, ritengono che creare una fattispecie di reato specifica non sia una garanzia di diminuzione dei femminicidi e che resti un atto simbolico. Secondo alcuni esperti, dunque, occorrerebbe maggiormente promuovere una politica di prevenzione, indagando sulle pratiche politiche, istituzionali, pubbliche e sociali che, in qualche modo, favoriscono o giustificano la violenza sulle donne. Prevenzione che, ovviamente, richiederebbe investimenti stanziati dal governo.

Federica Checchia