Dalle trincee di guerra di Orizzonti di gloria fino ai corridoi di scuola della serie Adolescence, il cinema cuce e disfa la tela delle sue storie usando la tecnica del piano sequenza. Non parliamo solo di uno strumento, quello che fa a meno del montaggio visibile, e fa scorrere la narrazione senza pause, ma anche di un potente ingrediente psicologico. A seconda del mondo filmico di cui parliamo, il piano sequenza comunica un aspettativa e una potenza emotiva differente: paura e noia, claustrofobia e libertà, lentezza e adrenalina. Scopriamone insieme la storia, la marcatura sociologica e i suoi più famosi esempi.

Seguire i personaggi: una tendenza antichissima

Quello del piano sequenza, dal francese plan-séquence, è una tecnica cinematografica che consiste nel filmare un’ intera scena o sequenza con un’unica ripresa continua, senza tagli di montaggio. Questa tecnica imita il flusso del tempo reale, permettendo allo spettatore di vivere l’azione in modo continuo e immersivo. Richiede soprattutto una pianificazione meticolosa per attori e troupe. Non si tratta di una recente tecnica sperimentale, tutt’altro, affonderebbe le sue radici nel cinema delle origini. Il termine con cui vi ci riferiamo deriva da una teorizzazione di Andrè Bazin e i suoi più fulgidi esempi li scorgiamo incastonati nel cinema Anni ’50 di Alfred Hitchcock (Nodo alla gola, 1948) e Orson Wells (L’infernale Quinland, 1958) eppure e sin dal cinema Anni ’20 che questa tecnica è utilizzata a pieno titolo. I pionieri del cinema hanno sognato riprese più fluide grazie a cineprese più leggere e maneggevoli. Nasceva, proprio grazie a loro, il piano sequenza.

Nodo alla gola

Da ‘Quarto Potere’ la tecnica si fa arte

Stanley Kubrick con il suo magniloquente Quarto Potere ha stuzzicato lo spettatore con la magica illusione del piano sequenza. Sì perchè, come ci conferma Bazin, Kubrick non ha composto la storia di Kane totalmente in piano sequenza, ma ha giocato con lunghe riprese, con la profondità di campo e con congeniali movimenti di macchina fluida che danno l’impressione di un unico piano sequenza. Qualcosa immerge profondamente lo spettatore e tutto ciò che sforna con il dolce visivo di Quarto Potere è ormai storia. Il piano sequenza negli anni si autodetermina come una tecnica d’arte, fragile ma anche potentissima, detonatrice di svariate emozioni.

Da Kubrick a Mendes: il piano sequenza corre sotto il filo spinato della guerra

Negli Anni ’50 la tecnica si affina. La telecamera, sempre più agile e veloce, si fa personaggio invisibile del racconto. Segue rapida i personaggi sin nei meandri bui dell’esistenza, a partire dalle situazioni in cui quest’ultima è minacciata: la guerra. Il sipario del secolo è spalancato su Orizzonti di gloria (1957), il capolavoro di Stanley Kubrick, con un eccepibile Kirk Douglas nei panni del colonnello Dix. Orizzonti di gloria usa questa tecnica per creare un saggio di critica sociale contro la guerra, accendendo un faro su una pluralità di personaggi, per mettere nel mirino la classe dirigente. Un saggio filmico complesso e riflessivo.

Orizzonti di gloria

Potremmo a questo punto tracciare una linea tra l’opera di Kubrick un suo erede contemporaneo: 1917 (2019), diretto da Sam Mendes. Quello di Mendes invece usa il p.s. per seguire le imprese di un unico personaggio. 1917 racconta, quanto il primo, le vicende della prima guerra mondiale, in un solo esasperante respiro. Il film di Mendes non dà tregua alle atrocità e lo fa senza prendere le pause lunari delle poesie di guerra di Ungaretti, ma seguendo le corsa angosciante del protagonista. Il regista elegge una dimensione individualista che riflette sulle conseguenza della guerra sul singolo, allo stremo delle sue forze, fisiche e mentali.

La claustrofobia di ‘Birdman’

E’ il 2014 quando esce nelle sale Birdman, miglior film agli Oscar dell’anno dopo, diretto da Alejandro González Iñárritu. Il film vede uno strepitoso Michael Keaton, nei panni di Riggan, un attore in decadimento, dopo una carriera importante, ora sul ciglio di un dirupo: l’età che avanza e la ricerca disperata di una vita autentica. Le riprese del film sono cominciate a New York nella primavera 2013 e sono durate trenta giorni. Sebbene la narrazione del film non prosegua in tempo reale, le riprese sono state montate in modo da far apparire il film come un lunghissimo piano sequenza. Anche quando vi è uno stacco temporale di diverse ore tra due scene, tramite degli artifici tecnici, viene fatto in modo che queste sembrino realizzate in un’unica inquadratura.

Birdman

Ciò che conta per la nostra analisi, tuttavia, è l’intento piscologico o sociale di questo ingrediente. La storia vuole riprodurre, anche nelle sue componenti tecniche, l’ansia da prestazione di un attore uscito dalle scene e che vuole riaffermarsi a teatro, come un nuovo sé. Il mutamento sembra impossibile perché il passato di Riggan l’ha messo in trappola e né il pubblico né la critica sembra agevolarlo in questa nuova vita. Il ritmo nevrotico della colonna sonora e il piano sequenza convulso tra le quinte del teatro ricreano il mondo mentale del protagonista: senza via d’uscita.

Il mondo ‘subacqueo’ di ‘Adolescence’

Qualcosa frena la macchina frenetica del cinema. La serie tv Adolescence costituisce un’importante inversione di rotta rispetto ai predecessori in piano sequenza. Tutto sembra scorrere fluidamente in un unico lungo istante, simulando l’assenza di tagli, come da consuetudine del genere. Eppure qualcosa sembra parlare un’altra lingua. La miniserie Netflix, diretta da Philip Barantini, segue le vicende che investono, in medias res, la vita di un tredicenne accusato di omicidio. Il protagonista Jamie è interpretato da Owen Cooper, vincitore per questo ruolo dell’Emmy Awards 2024. Il piano sequenza è la tecnica scelta per tutti gli episodi, rendendo la storia un giallo complesso, esplorato da più prospettive e più dinamiche, senza tuttavia tradire il long take.

La regia esautora un mondo che vuole, e deve essere, tutta d’un fiato, similmente con quanto avviene quando un’accusa di omicidio piomba su un ragazzo. Le persone a lui vicino ne vengono travolte, proprio così, senza nemmeno il tempo di capirne i dettagli. La storia è spalmata su più anni ma la sensazione resta la stessa: il dolore di chi resta a guardare è incommensurabile e spesso ci si sente come in un mondo subacqueo, a corto d’aria. Il p.s. di Adolescence non è solo velocità, ma anche lentezza, ritagliando in molti punti un prezioso gradiente: quello della pausa. Lunghe scene di camminata o di guida in auto per restituire spazio ai pensieri. Ma saranno pause sufficienti per un’accettazione profonda degli eventi?

Il piano sequenza scruta ciò che abbiamo perso

E se il piano sequenza fosse un messaggio nascosto, posto al cuore di un castello filmico inespugnabile? Se la tecnica svelasse altro oltre alla bellezza ad essa connaturata? Di certo, come si vede proprio in Adolescence, il p.s. è fedele a sé stesso. Vuole difatti simulare un mondo reale, perché scorre al passo col tempo, abbandonando il trucco supremo del cinema: il montaggio. Ma c’è dell’altro. Se in passato seguire i personaggi in lunghe sequenze era un modo per rendere immersiva l’esperienza al cinema, adesso emerge l’enorme dissonanza rispetto a ciò che siamo.

Il mondo contemporaneo, iper-connesso e ipermediale, ha eletto i social a vita vera, abbassando al gradino inferiore la vita di tutti i giorni. Ciò che esperiamo sullo schermo vuole somigliarci ma in realtà non ci riesce più. L’uomo di oggi taglia le pause, aberra la noia, esaspera le emozioni e teme i tempi morti. La concentrazione che un film in piano sequenza richiede, specialmente se il ritmo della storia rallenta, fa fatica ad ammaliare lo spettatore, che proprio da quelle pause scappa. L’ operazione del cinema è riuscita ancora una volta, ci provoca e ci descrive. Siamo messi così allo specchio di un mondo che dovremmo recupere, il prima possibile, per capire gli eventi e noi stessi. Ecco che il cinema recupera tutto ciò che rischia l’oblio: ll tempo naturale di una passeggiata, il silenzio esasperante di un addio.

Doriana Gatta