Dopo l’attentato terroristico alla Bondi Beach a Sydney, che ha causato la morte di 15 persone, sono emersi nuovi dettagli sui due soggetti di origine pakistana autori della strage. La rete australiana Abc ha infatti riportato che i funzionari dell’immigrazione delle Filippine hanno confermato il viaggio di Sajid Akram e di suo figlio Navid nel Paese asiatico il mese scorso.
Secondo le autorità filippine, i due avrebbero partecipato a vari «addestramenti militari» durante il soggiorno. Inoltre, Navid avrebbe intrattenuto rapporti con elementi strettamente legati all’Isis in Australia, tra cui lo jihadista Wissam Haddad e Youssef Obeinat, un reclutatore di giovani elementi per l’organizzazione terroristica, già condannato in passato per attività appunto connesse al terrorismo.
Gruppi militanti sono attivi nel sud delle Filippine da decenni e hanno attirato cittadini stranieri ad unirsi alla causa anche prima dell’attacco dell’11 settembre a New York. Il gruppo filippino Abu Sayyaf è stato uno dei primi alleati di Al Qaeda, ma negli ultimi anni molti gruppi militanti hanno iniziato a giurare fedeltà o ad allinearsi più apertamente con l’ISIS, una tendenza che si è replicata in gran parte del mondo. Diversi gruppi si sono riuniti sotto il nome generico di ISEA, Stato Islamico dell’Asia Orientale. Nel 2017, lo Stato Islamico ha persino diffuso un video in cui invitava i suoi combattenti a recarsi nelle Filippine anziché in Iraq e Siria, secondo l’ agenzia per la sicurezza nazionale australiana ASIO.
La maggior parte delle attività terroristiche si concentra nell’isola meridionale di Mindanao, che – a differenza del resto della nazione a maggioranza cattolica – ha una popolazione in maggioranza musulmana.
Per decenni, Mindanao è stata sconvolta da disordini e conflitti , tra cui scontri tra le autorità e un movimento separatista locale, che hanno causato decine di migliaia di vittime, tra diffuse accuse di violazioni dei diritti umani da parte di tutte le parti.
Queste attività non si limitano solo alla giungla: sono presenti anche nelle aree urbane. La città costiera di Davao, indicata dai sospettati di Bondi come destinazione finale, “è sempre stata la meta preferita dai combattenti terroristi stranieri”, ha affermato Banlaoi. “Davao City non è tanto un obiettivo, quanto un luogo d’incontro, un centro di pianificazione, finanziamento e accordi logistici”.
Perché le Filippine?
Nel 2017, gruppi militanti hanno dato prova di forza in pubblico, cogliendo molti di sorpresa quando i gruppi Abu Sayyaf e Maute (quest’ultimo aveva dichiarato fedeltà all’ISIS) hanno catturato e occupato Marawi, la più grande città a maggioranza musulmana del Paese. La violenza costrinse più di 350.000 residenti a fuggire dalla città e dalle zone circostanti prima che le forze filippine la liberassero dopo un sanguinoso assedio durato mesi.
Ci sono diverse ragioni per cui le Filippine, e Mindanao in particolare, sono diventate un focolaio di estremismo. Innanzitutto, le montagne densamente boscose e l’ambiente costiero consentono ai gruppi militanti di allestire accampamenti, addestrare combattenti e organizzare rifornimenti lontano dalla vista e in luoghi difficili da raggiungere.
“È molto difficile monitorarli a meno che non si conduca un’operazione di sorveglianza specifica”, ha detto Banlaoi. “È un rifugio sicuro per i combattenti terroristi stranieri perché possono nascondersi facilmente e le nostre forze dell’ordine non hanno sufficienti capacità per penetrare in quei territori”. L’agenzia australiana per la sicurezza nazionale, ASIO, ha dichiarato in un briefing sul suo sito web che l’ISEA “sfrutta le cattive condizioni economiche e sociali nelle Filippine, in particolare nel Mindanao centrale, per attrarre membri”.
Alcune reclute locali si uniscono nella speranza di migliori prospettive economiche; altre condividono gli obiettivi ideologici del gruppo, come la creazione di uno Stato islamico basato sulla legge della Sharia nelle Filippine meridionali, si legge nel briefing.





