Quando parliamo di deformità e di lenta accettazione di sé ci vengono in mente tantissimi documentari. Storie di uomini che hanno lottato con le rare malattie, e che poi hanno trovato un modo per accettarsi, planando leggeri sulle proprie imperfezioni e anche sul giudizio degli altri. Ma cosa succede quando a raccontarcelo è il cinema? Succede che il cinema sfodera le sue armi artistiche più disparate, addirittura quelle della parodia. A Different Man (2024, Aaron Schimberg) è un commedia nera che non vuole spingere a commozione, che non chiede empatia, ma che anzi inibisce il pietismo del pubblico. Una narrazione al limite del surrealismo, una fotografia ineccepibile e una direzione folle che con affilatissimi strumenti filmici, taglia a brandelli il moralismo classico verso il freak.

I tre personaggi della novella nera

1. Edward

Ma di cosa parla il film prodotto da Lucky Red A different Man? Possiamo riavvolgere il filo di Arianna per riuscire ad introdurci nel labirinto irrisorio di questo dramma solo grazie ai tre personaggi della storia. Il primo mondo riguarda Edward. Edward è un giovane ragazzo che vive a New York e che conduce con un’attitudine passiva e annoiata la sua quotidianità, e il suo lavoro di attore. Non brilla in carisma, né in socievolezza. Qual è il motivo? Il pubblico non ha dubbi: è tutto causato dalla sua grave deformità facciale. Edward è affetto da neurofibromatosi di tipo 1. Il suo appartamento, come tutta la sua vita, è chip, asciutta, e tutto di lui grida amara rassegnazione. Eppure non tutti lo notano solo a causa del suo aspetto.

2. Ingrid

La sua vicina di casa, infatti, è la seconda creatura contorta di questa novella nera. Ingrid (Renate Reinsve) è un’aspirante drammaturga e sembra davvero interessata alla personalità di Edward, facendo con lui piacevoli passeggiate. Tutto cambia quando Edward si sottopone ad una terapia sperimentare per guarire dalle sue escrescenze.

Il suo volto sembra sciogliersi giorno dopo giorno fino a quando se ne libera completamente. A quel punto, tra stupore e panico, finge di esser morto per poter ricominciare da capo, con un viso pulito, un nuovo lavoro e nuove conoscenze. Rincontra persino Ingrid e non palesandosi per la sua reale identità, inizia una storia d’amore con lei, riuscendo ad essere scritturato per la sua piéce teatrale.

3. Oswald

La storia accelera, conturbante e ricca di colpi di scena, finché non si schianta di faccia con il personaggio inatteso di Oswald. Oswald (Adam Pearson) è un uomo affetto dalla stessa neurofibromatosi con cui ha vissuto Edward, e lui sembra davvero perfetto per interpretare il ruolo scritturato da Ingrid. La storia sul palco non è altro che la storia che la donna ha vissuto con Edward, eppure Oswald è la persona in quel momento più adatta a ricoprire il suo ruolo. E non è solo merito della sua deformità, identica a quella di Edward, ma anche per il suo incredibile carisma.

Oswald è poliedrico, ricco di talenti, un ottimo amico, una persona vivace e divertente. Tutti lo adorano, tutti, tranne Edward, che ne è invidioso. Il protagonista finisce per vivere una vita nuova, ma con un falso nome, una falsa identità, e con i problemi di insicurezza di sempre. Attanagliato dalla gelosia e dal senso di sconfitta finirà per compiere atti estremi, e niente sarà più come prima.

Il colore rosso: una fotografia che incuba la forza vitale

Se guardiamo alla fotografia, curata dal DOP Wyatt Garfield, e realizzata in Super 16mm, ci rendiamo già conto della bellezza di questo film. I colori della fotografia, insieme alla scenografia, gridano il mondo interiore di Edward. Tutto è incastonato in una pellicola granulosa e noir, che enfatizza le imperfezioni ma valorizza i colori brillanti. Fra questi, miracoloso e vivissimo è il rosso.

Tutti gli oggetti rosso scarlatto, come la macchina da scrivere, il tendone del teatro, la porta di casa di Edward, i maglioncini di Ingrid, sono estremamente importanti per la storia, e proiettano all’esterno la forza interiore di Edward, che pur presentandosi come fallibile e imperfetto, ha un’anima rosso vivo che pulsa, che aspetta solo di uscire. Un vigore e una passione che però sembrano inibirsi sempre di più. Uscire dalla fatiscenza della sua vita sembra impossibile anche con un volto nuovo e attraente, perché impossibile gli appare l’accettazione di sé e delle proprie capacità.

Quella di Edward è una personalità fragile, che non riesce a volersi bene e che scricchiola sotto la gelosia per Oswald. Il rosso della vita e la palette marrone-grigia si scontrano sulla pellicola retrò di A Different Man, infiocchettando un lavoro visivo che è un regalo per gli occhi.

Il meta-cinema sul palcoscenico di Broadway

Lo humor intelligente della commedia classica newyorkese incontra il cinismo dissacrante del cinema nordico. A Different Man cala gli ingredienti perfetti per un dramma piscologico all’interno di una complessa architettura comica. La commedia fa un uso incredibile del metacinema, in cui realtà e finzione si avvicinano progressivamente fino a sfumare i propri contorni.

La vita di Edward sale sul palco ed è messa alla mercè del pubblico di Broadway. La vita stessa sembra una commedia agrodolce e la commedia sembra una parodia cinica dell’esistenza. Quale è reale? In quale i personaggi si sentono più a loro agio. La ricerca di una vita autentica è l’anelito di Edward, mentre Ingrid e Oswald, sempre più affiatati nella seconda parte dle film, sembrano raggiungerla. Il protagonista riuscirà ad elevarsi ad un’esistenza autentica? E il palco su cui recita sarà il luogo sacro per accoglierla o finirà per sprofondarlo in un più angosciante stato di ansia? Lo scintillio del teatro incontra le paure dell’animo in un film che ricalca le spirali mentali di Birdman, e la psicologia nera di Lynch e Cronenberg.

La rivoluzione registica del cinema nordico

La regia di Aaron Schimberg è nota per i suoi film sulle deformità fisiche. A Different Man non è altro che il capitolo conclusivo di una trilogia sull’imperfezione cominciata con Go Down Death e proseguita con il suo Chained for Life.

Schimberg ribalta le aspettative, taglia i nessi logici della narrazione e impasta con tecniche sperimentali e audaci storie mai scontate che regalano un miracoloso cambio di prospettiva. Il capolavoro sulla deformità facciale The Elephant Man(1980), è richiamato dal titolo simile di questa commedia, per calare lo stilema classico del mostro in una storia cinica, condotta come un documentario ma che poi scivola inesorabile in una novella gotico- boccaccesca. Tutto da gustare, A Different Man, è il dessert amaro di cui la contemporaneità ha bisogno. La trappola in cui il regista fa cadere la cultura woke e politically correct, facendo ammutinare dall’interno i suoi stessi ‘mostri’.

Il cinema nordico propone la nomenclatura filmica di ciascun genere e si diverte ad infrangerla, calando lo humor nel dramma, il gotico nella fiaba, la lava nera dell’horror nella pietas del dramma. In tutto questo fanno da portabandiera i registi Joachim Trier, Kristoffer Borgli e Morten Tyldum, dalla Norvegia, e Ruben Östlund dalla Svezia.

A Different Man è il più catartico tra i film sul dolore, la più arguta tra le novelle agrodolci. Vincitore di un Golden Globes, grazie all’interpretazione magistrale di Sebastian Stan, candidato agli Oscar 2024 come miglior attore protagonista, il film di Aaron Schimberg è la valle surreale in cui è importante, almeno una volta nella vita, perdersi completamente, per un giudizio più sincero su tutto ciò che ci circonda.

Doriana Gatta