C’è un virus che sta infestando, da diversi anni, Hollywood e il cinema statunitense: la mania dei sequel e dei revival. Un virus che ha colpito anche uno dei registi britannici più prolifici in terra americana: Danny Boyle. A distanza di 23 anni da 28 giorni dopo e 18 da 28 settimane dopo, è arrivato lo scorso anno 28 anni dopo, sequel e reboot spirituale della saga. E l’idea di costruire un franchise di un opera già completa di per sé è un salto nel buio e nell’ignoto, soprattutto in un momento storico in cui la saturazione da remake infesta le vie degli Studios hollywoodiani. Ma mai sfidare la mano e la mente di due giganti come Danny Boyle e Alex Garland. 28 anni dopo non è solo un grande sequel, è uno degli horror migliori degli ultimi anni e un film meraviglioso. Ed è proprio in questo contesto che nascono certe remore nei confronti de Il tempio delle Ossa, sequel di un sequel e film diretto non più da Boyle (qui produttore). Ma, anche in questo caso, non sfidare mai la penna di Alex Garland.

28 anni dopo – Il tempio delle ossa è quanto di più preciso e metodico si possa chiedere ad un sequel diretto. Anzi, direttissimo. Perché la narrazione riparte esattamente da dove ci aveva lasciato. Questa volta dietro la macchina da presa c’è Nia DaCosta, giovane regista ma con alle spalle titoli come Candyman, The Marvels e il più recente e meraviglioso Hedda. E se registicamente Nia daCosta è lontana da Boyle (chi non lo è), la sua mano e il suo occhio sono perfetti per il testo di Garland. Posata, ferma e stoica tanto quanto folle distruttiva e ipnotica quando serve. DaCosta gira una delle sequenze più incredibili viste negli ultimi anni di cinema horror, con un Ralph Fiennes che balla gli Iron Maiden nei panni di un moderno lucifero. Garland e DaCosta costruiscono un film che, per struttura e profondità sopperisce alla sua più grande mancanza: essere una pellicola di passaggio.

28 anni dopo – il tempio delle ossa: ciò in cui credevamo

28 anni dopo – il tempio delle ossa riesce a scrollarsi di dosso la dovuta quanto fastidiosa etichetta di film di mezzo: pellicola di passaggio tra un reboot e la conclusione di una trilogia già annunciata. Lo fa grazie alla inquietante ed estremamente contemporanea sceneggiatura di uno degli scrittori e registi più talentuosi dei giorni nostri: Alex Garland. Già regista di film giganteschi come Civil War, Men e Ex Machina, Garland costruisce un film molto ristretto nel tempo del racconto quanto profondo e maturo nella gestione e nel messaggio. Anche più del primo. Il tempio delle ossa non è più (solo) un simbolo cultuale e un templum dedicato alla morte e alla rinascita, al memento mori e al ricordo ma luogo di scontro fisico, ideologico e politico. Lo sguardo diventa fondamentale nella costruzione del senso e come possa cambiare e cambiarci, rendendoci dei mostri agli occhi alcuni e salvatori agli occhi di altri. E la religione, in tutte le sue folli declinazioni, diventa il fondamento della costruzione simbolica.

In cosa si crede quando tutto ciò in cui credevamo ci ha tradito? A cosa attaccarsi, a quale oppio appoggiarsi quando ciò che ci avrebbe dovuto salvare ci tradisce? Il dottor Kelson di Ralph Fiennes rappresenta l’abbandono totale della religione e l’abbraccio della scienza, Jimmy e il suo gruppo l’estremismo religioso e il trauma che si trasforma in fanatismo. Due concetti agli antipodi che si scontrano, dialogano e combattono. E, sullo sfondo, continua a esistere una pandemia mortale che ha trasformato tutti in non morti che, grazie al dono di Nia DaCosta, scopriamo che il loro sguardo è di paura, non di violenza. E allora di chi dobbiamo fidarci? Di chi usa la razionalità in un mondo che di razionale non ha nulla o chi sceglie la violenza come autoconservazione e prevaricazione in un mondo barbaro?

Reale o fantasia?

Il tempio delle ossa continua il discorso di accettazione della morte e di memento mori messo in piedi dal primo capitolo. Ma lo fa con linfa nuova, nuovi ideali e tanta profondità. Garland è un maestro e, se ancora non l’avessimo capito, c’è solo da fidarsi quando c’è di mezzo lui. Nonostante i problemi che il film di Nia DaCosta si porta dietro in quanto figlio di mezzo, resta un film intrigante e pervasivo. Due ore di orrore non forzato e riflessioni attuali che ti trascinano in un fondo di follia e, soprattutto, in un mondo in cui gli Iron Maiden sono ormai dimenticati. Forse la cosa più spaventosa di tutte. È proprio questo suo essere imperfetto a renderlo un film così affascinante, da farci desiderare di averne di più, quando ne abbiamo sempre troppo poco. Ci lascia appesi a chiederci quale sguardo sia reale e quale sarà la prossima grande visione. Ci lascia un po’ come il gruppo di Jimmy e come dicono gli Iron Maiden: “posso credere che ciò che ho visto quella notte fosse reale e non soltanto fantasia?“.

Alessandro Libianchi