È il 1998. Leon S. Kennedy arriva a Raccoon City con la sua divisa blu della R.P.D. immacolata. Un semplice poliziotto che rappresenta accuratamente l’idealismo e la giustizia. È il 2005. Sono trascorsi sei anni, Leon diventa un Agente Speciale del Governo degli Stati Uniti. I lineamenti infantili e lo sguardo ingenuo vengono sostituiti da cinismo e solitudine. Non è più un ragazzo inesperto, ma possente e abilissimo nei combattimenti. È il 2012. Il nostro eroe malinconico è diventato un Agente d’élite del DSO. Sul viso la tipica stanchezza del veterano. Comprende che, nonostante i tentativi, il mondo è ancora sull’orlo del baratro. È il 2026. Leon S. Kennedy torna a Raccoon City dove tutto è iniziato. Numerosi personaggi hanno rivestito un ruolo fondamentale per la saga, ma Leon resta il volto di Resident Evil, l’unico eroe capace di sopravvivere non solo ai mostri, ma al tempo stesso.
Non è un poliziotto addestrato, ma un uomo che subisce il fallimento
Tra capitoli e remake che compongono la saga, identificare Leon come unico protagonista è incorretto, ma considerarlo il volto a cui si pensa per associazione è oggettivo. Eppure, è anche lecito chiedersi cosa rende il nostro eroe così affascinante e, al tempo stesso, emotivamente coinvolgente. Il suo background è il primo elemento che, nel corso del tempo, ha spinto i giocatori a chiederne di più. Resident Evil 2 ha permesso di vedere le origini, non solo della sua carriera tormentata, ma del Leon innocente e speranzoso. Un ragazzo che agli occhi del pubblico appare inesperto, ma spinto dal desiderio di fare la cosa giusta. Minuto dopo minuto, bloccati insieme a lui al Raccoon Police Department, vediamo il caos prendere il sopravvento. È evidentemente impaurito e sotto shock, proprio come il giocatore che lo guida nell’avventura. In questo capitolo possiamo assistere all’origine del Leon che vedremo in futuro: malinconico e tormentato dai sensi di colpa. Il suo obiettivo era salvare tutti, ma ha fallito la sua missione. Non è trionfante, ma sconfitto nel profondo.
Come Leon Kennedy è diventato un veterano, senza abbandonare il dolore
In Resident Evil 4 il registro cambia. Sono trascorsi sei anni da quell’avvenimento che ha macchiato la sua vita per sempre. Il nostro protagonista è costretto ad affrontare nuovamente il virus, questa volta con una consapevolezza differente. La figlia del presidente degli Stati Uniti, Ashley Graham, deve essere salvata e lui viene individuato come l’unico in grado di farlo. Il suo tormento non è svanito negli anni, è lui stesso a dircelo nel monologo che apre il capitolo: “L’addestramento fu brutale, ma mi aiutò a dimenticare, almeno per un po’”. Il tempo, come accade nella vita reale, non cancella.
Il dolore può essere lenito, ma non ci abbandona. Soprattutto, non abbandona lui. Se solo avesse “potuto smettere di pensare anche solo per un secondo… a ciò che era successo… forse il dolore sarebbe passato. Ma le ferite rimangono”. Il Leon ventunenne è solo un ricordo sbiadito. Il suo evidente sviluppo fisico potrebbe indurre in inganno: è abilissimo, resistente e capace di non perdere la calma davanti al pericolo. Il suo sguardo, però, rivela tutt’altro. È provato, cupo e malinconico. Leon, nella sua profonda umanità, non si mostra come l’eroe che può tutto. È l’eroe che non ha scelto di esserlo, consapevole che ogni vittoria ha un prezzo. Il male, e questo l’ha sperimentato sulla sua pelle, cambia forma ma non scompare mai.
Un cerchio che si chiude, ma Leon resta il volto di Resident Evil

Il veterano che abbiamo avuto modo di conoscere in Resident Evil 6 è visibilmente stanco e psicologicamente invecchiato. È evidente la netta contrapposizione con un altro volto noto: Chris Redfield, un soldato che cerca vendetta. Mentre il primo appare come una “macchina da guerra”, Leon si mostra come l’uomo che cerca di fare la cosa “giusta” in un mondo che non ha più una bussola morale chiara. La sofferenza, ora, ha il suo volto. Eppure, la sua storia non si conclude qui. In Resident Evil Requiem, a seguito di iniziali speculazioni, è stata confermata la sua presenza. Nonostante la città di Raccoon City sia stata rasa al suolo nel 1998, nuove indagini hanno rivelato attività anomale nel “Ground Zero”. È visto dalle alte sfere come un agente che ha già dato tutto, mandare lui significa mandare qualcuno che non ha più nulla da perdere. Caratterizzato, inoltre, dall’ossessione psicologica necessaria per arrivare fino in fondo.
Tornare a Raccoon City nel 2026, dopo ben ventotto anni, significa affrontare i fantasmi che lo tormentano da quando ne ha ventuno. Ventotto anni di incubi che chiedono il conto. La sua lotta non è solo contro gli zombie, ma contro un’esistenza che gli nega la pace, tra allucinazioni e ricordi. Il fallimento e il dolore gravano sulle sue spalle. Non può nasconderlo, è il suo stesso viso che lo mostra. Lo vediamo cimentarsi nei combattimenti come se la sua intera esistenza fosse racchiusa in quello: combattere, combattere e ancora combattere. Come se non avesse avuto spazio per altro, neanche per affrontare se stesso. Leon S. Kennedy non è diventato il simbolo di Resident Evil solo grazie al suo carisma e al suo aspetto estetico. È il modo in cui rappresenta la sua umanità, fragile e frastagliata, a coinvolgere il giocatore. È amato perché è imperfetto e questo non potrà svanire, anche se Resident Evil Requiem rappresenta la chiusura di una storia che ci ha fatto emozionare.
Stefania Cirillo





