Daniel Roseberry è qui per ricordarti che può essere anche predatoria, inquietante e incredibilmente sexy. La sfilata Schiaparelli primavera 2026 è stata una di quelle esperienze che non guardi soltanto: ti restano addosso. Il simbolo? Uno scorpione gigante. Anzi, la coda di uno scorpione, che spuntava dalla schiena di una giacca come se fosse pronta a colpire in qualsiasi momento.
Schiaparelli Spring 2026 Couture: predatori sì, ma fashion
Roseberry ha costruito la collezione attorno all’idea di predatori naturali: alligatori, pesci palla, uccelli rapaci, creature che affascinano proprio perché fanno un po’ paura. E la paura qui diventa bellezza. Trompe-l’œil estremi, silhouette aggressive, volumi che sembrano usciti da un film sci-fi più che da un atelier parigino. Giacche che si trasformano in ali, bustier che sembrano corazze, gonne che esplodono in punte, piume e strutture quasi organiche. È come se il corpo fosse diventato un animale mitologico.
Uno dei look più forti? Una giacca in pizzo nero che si allunga in una coda di scorpione tempestata di aghi d’argento. Un altro: un tailleur ricamato di cristalli da cui partivano punte di organza ispirate al pesce palla. Cose che non indosseresti mai per andare a fare la spesa, ma che funzionano perfettamente nel mondo Schiaparelli, dove l’eccesso è la regola.
Tra arte, rabbia e Alien
Dietro a tutto questo c’è una riflessione molto meno superficiale di quanto sembri. Roseberry ha citato Michelangelo, il film Alien e perfino un poeta inglese per spiegare il mood: la collezione nasce dalla rabbia, ma non quella distruttiva. Una rabbia che diventa energia creativa, trasformazione, potenza. Le forme aggressive non servono a spaventare, ma a raccontare una tensione emotiva molto contemporanea: sentirsi vulnerabili in un mondo caotico, ma voler comunque brillare.
Ed è questo che rende la collezione così interessante: è dark, ma non cinica. È teatrale, ma non vuota. È couture che non vuole essere solo bella, vuole essere sentita.
Ore, piume e follia artigianale
Come sempre, la parte più assurda è il lavoro dietro le quinte. Un abito da ballo ricoperto di 65.000 piume di seta ha richiesto oltre 8.000 ore di lavorazione. Un bustier decorato con centinaia di conchiglie e perle, 4.000 ore. Numeri completamente fuori scala, ma che spiegano perché la couture non è moda, è artigianato estremo.
Non tutto era “veleno e spine”: alcuni bustier ricoperti di frange di cristallo erano perfetti per il red carpet, con quell’aria da Oscar look che Schiaparelli sa sempre regalare. Ma il cuore della collezione resta quello più surreale, quasi disturbante, che ti fa pensare: non so se mi piace, ma non riesco a smettere di guardarlo.




