Agente della polizia di frontiera, origini calabresi, è Gregory Bovino il volto delle ultime retate contro gli immigrati illegali negli Stati Uniti. Classe 1970, è il dirigente della US Border Patrol, in cui lavora dal 1996. Da Minneapolis, ultimo fronte caldo della lotta di Donald Trump in caccia di migranti da deportare, hanno fatto il giro del mondo le sue foto con indosso un cappotto da guerra che The New York Times ha associato ai nazisti.
Non indossa la mimetica né il giubbotto antiproiettile dei suoi uomini: si staglia davanti alle telecamere come figura solitaria, riconoscibile, volutamente diversa. Ordina ai manifestanti di liberargli la strada. Tanto che media europei, in Germania ma non solo, hanno letto in quell’estetica un richiamo autoritario, parlando apertamente di iconografia fascista o nazista. In pochi giorni, Bovino è passato da funzionario federale noto a livello locale a simbolo internazionale della linea dura sull’immigrazione americana.
Nelle ultime settimane Bovino è comparso più volte in televisione per difendere le modalità brutali con cui i suoi agenti e quelli dell’ICE cercano e arrestano ogni giorno persone che ritengono essere immigrati irregolari. Ha spesso sostenuto che tutti i suoi agenti agiscano in modo «legale, etico e morale» e che abbiano come obiettivo l’espulsione di quelli che lui definisce criminali. In realtà un numero sempre maggiore di persone arrestate in questi mesi non ha precedenti penali, e diverse erano cittadine statunitensi o vivevano nel paese legalmente.
La storia di Greg Bovino
La sua storia familiare è però più complessa di quanto il suo linguaggio pubblico su “law and order” lasci intendere. Da parte paterna, Bovino discende da immigrati italiani: il nonno Vincenzo era figlio di Michele Bovino, minatore calabrese emigrato negli Stati Uniti nel 1909. Una classica storia di migrazione povera, avvenuta prima delle grandi restrizioni del 1924.
Un evento segna profondamente l’adolescenza di Greg nel 1981, quando lui ha 14 anni, il padre Michael Bovino provoca un incidente guidando ubriaco: una giovane donna muore, il marito resta gravemente ferito. Il padre finisce in prigione per pochi mesi dopo aver patteggiato, perde il bar che gestiva, il matrimonio si dissolve. La madre ottiene la custodia dei figli. Forse non è casuale che, da adulto, Bovino citi spesso il tema degli incidenti causati da immigrati irregolari ubriachi come giustificazione morale delle deportazioni.
Da bambino vide il film The Border, 1982, con Jack Nicholson nei panni di un agente per l’immigrazione. Lo colpì così a fondo che decise di seguirne le orme. È nel 1996 che Bovino entra nella Us Border Patrol, inizialmente operando a El Paso, in Texas. Il suo nome ha iniziato a circolare tra i simpatizzanti repubblicani di destra già intorno al 2020, quando i video promozionali della Us Border Patrol hanno scelto musica rock per accompagnarli.
Il ritorno di Donald Trump, Bovino assume un ruolo nuovo
Con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca, Bovino assume un ruolo nuovo: non solo comandante operativo, ma volto narrativo della repressione migratoria. Si definisce “commander at large”, guida blitz in città lontane dal confine – Chicago, Minneapolis, Charlotte – e accetta apertamente il ruolo di figura polarizzante. Il cappotto di Minneapolis non è un dettaglio casuale: è la costruzione consapevole di un personaggio. Mentre i suoi uomini restano anonimi, Bovino si espone, diventa riconoscibile, quasi teatrale.
Il presidente Trump ha detto che manderà in Minnesota Tom Homan, un funzionario che si occupa di immigrazione e che dovrà supervisionare le attività dell’ICE. Non è chiaro se questo influirà sui compiti di Bovino.





