La pallina arancione a tre stelle più virale del web, è il sogno dietro al quale corre Marty Mauser, un giovane ragazzo di New York con il sogno del campionato mondiale del tennistavolo. Nel film Marty Supreme, prodotto da A24, la classica pallina del ping-pong è bianca, e i giocatori, secondo il protagonista, non riescono davvero a seguirla. Questa è solo una delle tante idee creative su cui ragiona Marty. Se fosse arancione allora sì che il giocatore potrebbe tenerla d’occhio. Peccato però che la pallina resti bianca. Ecco che la pittura arancione resta una chimera del film, l’oggettificazione di tutti i sogni incompiuti e di tutte le incredibili storie che si nascondono dietro un sogno. Quella di Marty Mauser è una di queste.
Elegia americana di un sogno
Marty Mauser (Thimotée Chalamet) è un ragazzo della New York degli Anni ’50 che lavora nel negozio di scarpe dello zio e che vive in un monolocale con sua madre. Marty ha una doppia vita, quella a lavoro, e quella sotto il suono battente di una pallina di ping-pong. Gioca in continuazione, sfidando tutta la città e diventando un vero professionista, con il sogno ultimo di partecipare ai mondiali. Marty Supreme, diretto da Josh Safdie, è l’elegia americana dei 20 anni. La giovinezza, la sconfitta, la fame di essere qualcuno, e soprattutto l’amarezza di non avere i mezzi per farlo. Il ritmo serrato della sceneggiatura e l’interpretazione di Thimotèe Chalamet-la migliore della sua carriera- sono la chiave per un film disperato, instabile, e volutamente paranoico. La bellezza di Marty Supreme è tutta lì, nella sua capacità di narrare la perdita del baricentro della vita di un ragazzo giovane e senza niente da perdere.

La creatura di Marty che corre sul piano inclinato del mondo
Nel corso del film, la cui sceneggiatura è stata sapientemente scritta da Ronald Bronstein e dal regista Josh Safdie, si ha l’impressione di percorrere i cavi ad alta tensione dell’America. Anche quando Marty si sposta dagli scantinati di Manhattan e arriva a compiere una vera tournée mondiale di partite di ping-pong, sembra che l’America non lo abbandoni mai.
Difatti il protagonista è la creatura più acerba del mondo americano: prepotente, sfacciato, ambizioso, che non sa farsi dire no. Una dinamica comportamentale quasi al limite della legalità. Ciò che rende geniale questa caratterizzazione non è quanto Marty somigli alla New York da cui proviene, ma quanto arrivi piano piano a non somigliarle più. Se infatti nella prima parte riesce ad estorcere i soldi che necessita impugnando una pistola, nel corso del tempo capisce che il mondo là fuori è tutt’altra cosa.

Le cadute e gli incidenti – ai limiti del grottesco – gli fanno scoprire i lati di sé che conosce a stento. Prendiamo ad esempio la scomoda relazione con l’attrice Kay Stone (Gwyneth Paltrow). Marty ha una relazione clandestina e tormentata con la diva, di molti anni più grande di lui, e sfama così le ambizioni del suo ego. Vuole notorietà ma soprattutto Marty è in cerca di soldi. E anche in questa relazione deve correre, finché la sua determinazione sembra messa a dura prova.
L’argento vivo dei 20 anni e le sue macchie opache
La voglia di essere qualcuno, che ha tutto lo scintilliò tipico dei 20 anni, si tramuta in rassegnazione, dolore, solitudine. Marty finisce col trovarsi sotto casa di Kay nell’attesa che la donna gli porti una collana di brillanti da potersi vendere. Il patetico e il tragico scolorano inesorabilmente il mondo ‘supremo’ di Marty, fino a farci capire l’altra faccia della luna, i connotati sinceri della realtà. Un mondo reale che di supremo ha solo l’animo sempreverde di Marty, la sua genuina incoscienza e il coraggio di sfidare gli imprevisti. Marty Supreme diventa così anche un commovente romanzo di formazione sui 20 anni che abbiamo o che abbiamo avuto; la corsa emozionante verso i propri obiettivi, ma anche la partita impossibile con il mondo reale.

Le carti vincenti di un lavoro geniale
Se in Marty Supreme dovessimo attribuire le tre stelle della pallina arancione a ciascuno dei suoi assi nella manica, questi sarebbero: la recitazione misurata e al tempo stesso brutale di Thimotée Chalamet; la fotografia cupa su pellicola granulosa e realista; e la musica: lo spartito emotivo del mondo Anni ’50 e di tutti i sogni gloriosi di cui si è nutrito. La nomenclatura tecnica del film, che si aggiudica un bottino pesante di premi agli Oscar di quest’anno, calibrano a perfezione una storia che lascerà il segno, e che consentirà alla nostra generazione di riflettere a lungo.
A tal proposito, per venire al titolo di questo articolo. Come si fa a battere una partita contro un avversario senza volto? Il futuro incerto è il vero nemico di Marty e di ciascuno che possa rivedervici. I rapporti corrotti di potere, il portafogli vuoto, e nessuna voglia di abbandonare i propri piani, sono gli avversari di questa partita di ping-pong che è la vita. Il finale (spoiler), con la nascita del figlio di Marty, il pianto commosso e la canzone Every body wants to Rule the World,si compie il perfetto epilogo di un’elegia americana contemporanea e realista.
Il finale del film e il vero match point
Nel finale di Marty Supreme il protagonista incontra quello che per la strada aveva perso: sé stesso. Marty non solo diviene padre, ma capisce di aver perso e ora ritrovato, la parte più genuina di sé. Il nervosismo si fa calma, la prepotenza dolcezza, e la corsa pian piano, finalmente, rallenta, come il ritmo del film che torna a scorrere come nel letto di un fiume. Che il protagonista riesca o meno nelle sue partite con la racchetta non importa. Conta che il ragazzo di 20 anni, con tanti sogni nel cassetto, si riscopra grato del viaggio e dei rapporti che non ha perso.
Un posto nel mondo e una voce, sono davvero possibili sotto i cavi ad alta tensione di un mondo corrotto? Nel frattempo che una risposta giunga ci godiamo la musica di una dimensione onirica, in cui qualsiasi cosa è possibile, soprattutto di scoprirsi frangibili.
Dagli Anni ’50 un’energia imperitura
Marty Supreme, che mescola con genialità la commedia dell’assurdo, l’action thriller e gli stilemi classici del biopic sportivo, restituisce un’energia dirompente allo spettatore. Il film regala una possibilità: scoprire, cadendo, di essere vivi, e di avere oggi come domani, tutte le carte per vincere, senza bisogno di un match point in numeri. Marty infatti è la creatura più energica, sfacciata, a tratti discutibile, ma sempre viva, del 21esimo secolo. Dai colori pastello degli Anni ’50 Safdie fa tornare in vita, proprio con lui, il sogno giovanile tout court, non quello americano. Sul piano inclinato del mondo, credere che tutto sia possibile, è l’unica indiscutibile parola d’ordine.
Doriana Gatta





