La crisi idrica globale non è più solo una statistica ambientale, ma il motore di una nuova e pericolosa controversia geopolitica. Tra i cambiamenti climatici e una crescita demografica senza freni, l’accesso all’oro blu è diventato, lungo le sponde del Nilo, una questione di sicurezza nazionale. In questo scenario, la sopravvivenza di oltre 100 milioni di egiziani è messa a rischio dalla gestione della GERD (Grand Ethiopian Renaissance Dam). Nello specifico, una diga che l’Etiopia può trasformare, a seconda della gestione, in una fonte di salvezza o in un’arma letale per i paesi a valle. Proprio per disinnescare questa bomba a orologeria, il 16 gennaio 2026 Donald Trump ha inviato una lettera formale al presidente egiziano Abdel Fattah Al-Sisi, offrendosi di riavviare la mediazione americana.
Trump rinnova ad Al-Sisi la sua offerta di mediazione
Come riportato da Fanack Water, l’obiettivo del presidente degli Stati Uniti è ambizioso. Si propone come l’unico mediatore che può “risolvere responsabilmente la questione della spartizione delle acque del Nilo una volta per tutte”. Per l’Egitto, che ha ormai perso il controllo storico sulle acque, il ritorno di Washington è l’ultima occasione per ottenere un accordo vincolante in merito alla gestione dell’acqua durante i periodi di siccità. Al centro della contesa di cui Trump si fa mediatore c’è proprio il Nilo Azzurro, il ramo situato in Etiopia che costituisce la vera linfa vitale del bacino. Eppure, perché è così indispensabile?
Senza un coordinamento tecnico, il conflitto è garantito
A differenza del Nilo Bianco, che conferisce un flusso costante ma ridotto, quello Azzurro fornisce l’80% del volume dell’acqua che raggiunge il delta egiziano. Per l’Etiopia, la GERD è un simbolo indispensabile di sovranità ed energia; per l’Egitto, invece, rappresenta una minaccia. Il Cairo, conscio dei rischi, cerca di far valere i trattati dell’era coloniale che gli conferivano il potere di veto su qualsiasi opera a monte del fiume, ma Addis Abeba li rigetta con fermezza. I lavori di costruzione, ad oggi, non possono essere fermati. La GERD non solo è ultimata, ma è già operativa. L’obiettivo di Trump, ad oggi, è quello di fornire competenze tecniche monitorando gli accordi futuri.
Pertanto, il Sudan e l’Egitto temono che, senza un coordinamento tecnico, il flusso d’acqua etiope possa chiudersi proprio durante le siccità più acute. Per Khartoum, inoltre, la diga rappresenta un’arma a doppio taglio: da un lato promette di regolare le inondazioni e gestire i sedimenti, dall’altro alimenta il terrore di rimanere senza acqua nei periodi di aridità. Una preoccupazione che spinge entrambi gli stati ad accettare di buon grado l’intervento di Trump.
Trump può essere il giusto mediatore imparziale?
Il presidente degli Stati Uniti si era già sbilanciato a favore dell’Egitto nel 2019-2020. Eppure, nonostante i colloqui non abbiano portato in passato a un accordo definitivo, i due leader hanno mantenuto un’alleanza strategica. La speranza del Cairo e di Khartoum è che un accordo venga raggiunto nel minor tempo possibile. In particolar modo ora che la mediazione rappresenta l’unico strumento per evitare un conflitto aperto. È indispensabile che Trump trasformi una minaccia concreta in un’opportunità di cooperazione. Ciononostante, secondo quanto riportato dal CFR, gli Stati Uniti potrebbero non essere percepiti come mediatori imparziali. I motivi sono da attribuire all’alleanza stipulata anni prima e agli evidenti favoritismi che questi rivolgono ad Al-Sisi.
Durante gli accordi antecedenti, infatti, gli USA fecero eco alle minacce egiziane che promettevano di “usare la forza militare per distruggere la diga”. Una posizione che indubbiamente spinge l’Etiopia a osservare le proposte di Trump con rinnovato sospetto. Similmente, anche le forze sudanesi (SAF), pur trovandosi al centro del conflitto, sanno di dipendere dal sostegno egiziano per fronteggiare il conflitto con le Rapid Support Forces (RSF). Ecco perché il Sudan, pur traendo vantaggi dal sostegno di entrambi gli stati, si appoggia all’Egitto per la sua sopravvivenza. Nonostante Trump abbia già inserito la disputa sulle acque del Nilo tra le sue “guerre” concluse, la questione resta ancora irrisolta. La presenza di numerose forze che lottano per una posizione vantaggiosa, la “diplomazia del bulldozer” rischia di generare ulteriore caos in una dinamica da tempo in crisi.
Stefania Cirillo





